mercoledì 29 marzo 2017

Le cause 'esterne'


Crediamo a tutto, tranne che al nostro potere. Crediamo al fatto che qualsiasi cosa possa condizionarci, pianeti, influssi astrali, il cambio di stagione, l'ora legale, le energie 'negative', le 'entità'. Poco o nulla ci viene detto sul fatto che forse, e sottolineo forse, queste cause esterne possano agire in noi soltanto perché hanno trovato una 'debolezza' nella nostra coscienza. Ultimamente ho avuto uno scambio di vedute con un praticante dello yoga integrale di Sri Aurobindo e sorprendendomi di quanto la teoria e la pratica dei metodi fossero vicine a quanto descritto nel Piccolo libro della centratura e praticato con il metodo Yin, ho azzardato
una domanda: "Secondo te l'esterno ci influenza davvero? È a causa di un problema nell'inconscio che avviene questa influenza?" La lunghissima discussione che ne è seguita ci ha portato a poche semplici conclusioni. Tutto ciò che non è gradualmente reso consapevole e che striscia non visto nelle regioni del subcosciente può virtualmente dare forma a zone di minore resistenza nel nostro campo di attenzione (la coscienza appunto) nel quale certe forze possono dunque infilarsi e agire indisturbate. Ma, diceva il mio amico, noi possiamo rifiutare la nostra adesione a queste forze, proprio nel momento in cui osserviamo il loro tentativo di agire su di noi. Possiamo smettere di credere che siano inevitabili. Possiamo usare la volontà, la purezza dell'intento e l'aspirazione costante come puntello per sganciarci da queste energie (e da qualsiasi altra 'sostanza psichica') e decidere di negare attivamente la loro influenza. All'inizio potrebbe stentare a funzionare e forse ci sentiremo ancora per un po’ come immersi in un groviglio di sensazioni e stati fisici che ci spostano di qua e di là, quasi come fossimo una boa in un mare in tempesta. Ma continuando a negare la nostra adesione la coscienza imparerà a sganciarsi gradualmente dall'azione di queste forze e inizieremo a vedere con i nostri occhi interiori dov'è quel buco nel subcosciente che permette alle forze 'esterne' di influenzarci. Quel vedere sarà l'inizio del nostro renderci progressivamente indipendenti da tutte quelle forze che fino a poco prima ritenevamo assolutamente inevitabili e vedremo come molto probabilmente tutto quello che ci influenza lo fa con il nostro - anche se inconsapevole - consenso.




 

giovedì 16 marzo 2017

Stampelle spirituali

Spesso usiamo la 'spiritualità' come una stampella a cui appoggiarci. Ci aggrappiamo con le unghie e con i denti a definizioni e concetti come Dio, karma, reincarnazione, spirito e anima, ma in realtà di questi concetti non abbiamo alcuna diretta esperienza. Sono al 90% le favole in cui crediamo. Sono i concetti che abbiamo ereditato dalla tradizione, dai testi, dai nostri guru, da chi ci ha preceduto. Questa era la loro interpretazione della realtà, questo era il loro livello di comprensione. Il nostro livello di comprensione potrebbe non avvicinarsi al loro e allora, piuttosto che tentare di sperimentare dei fenomeni, decidiamo di parlane e di trasformarli nei nostri baluardi. Ho visto centinaia di persone perdersi e stagnare dentro queste definizioni, prendendole per buone e limitando la propria vita perché il 'guru' aveva detto questo o quello. Io stesso per anni mi sono nutrito di questi concetti per il semplice fatto di appartenere a una scuola di pensiero o all'altra. Prima o poi però dobbiamo deciderci a lasciare queste stampelle e camminare con le nostre gambe, o non sperimenteremo mai l'intensità e non avremo mai un’esperienza genuina. Lasciare andare questi 'concetti' può essere difficile e molto doloroso ma non sarà mai tanto doloroso quanto il continuare a nascondere il proprio essere dietro di essi, mettendoli in bella mostra per far vedere al mondo quanto siamo spiritualmente evoluti. La conoscenza spirituale non è che un mero accumulo di informazioni, di favole da raccontare. È nella realtà che si vede poi dove siamo realmente. Nella capacità di essere pace con tutto. Nell'equanimità. Nell'armonia e nell'equilibrio che portiamo a noi stessi e agli altri intorno a noi. Nella bellezza e nell'ispirazione delle nostre azioni nel mondo. È nella capacità di rinunciare al conflitto, alla violenza, alla rabbia, all'egoismo, nei desideri, nelle parole, nelle azioni e nei commenti su facebook che vediamo dove siamo a livello evolutivo (ammesso che poi esista ‘sto livello evolutivo). Ma noi preferiamo le storie, di certo io le ho preferite per moltissimi anni. Le storie che la spiritualità ci ha raccontato possono essere state un bell'intrattenersi quando eravamo in relax, con gli amici o in quegli attimi di confusione nei quali la vita sembrava sfuggirci di mano. Ma l'essere che siamo non sa davvero che farsene di tutto quel parlare di karma e reincarnazione, di presunti inconsci e mirabili corpi sottili, quando si tratta di metterci di fronte ad una verità. L'essere è 100% pragmatico, mai teorico e tutto ciò che possiamo dirne è e sarà sempre un'approssimazione molto grossolana. "I only know what I can do" diceva Lester Levenson quando parlava ai suoi studenti, per spiegare che parlare di ciò che non si conosce è unicamente uno sfoggio dell'ego. La domanda che ho iniziato a farmi ad un certo punto è stata "che ne sarebbe della mia ricerca se mettessi da parte tutto quello che so o credo di sapere e tenessi solo quello che ho visto e sperimentato direttamente? A quante di queste storie potrei ancora credere ciecamente?". E ancora: "cosa posso davvero sperimentare direttamente? Come?". Da queste domande nasce una ricerca onesta e integrale. Partendo da queste domande possiamo smetterla di raccontarci storie e cominciare a ricercare esperienze dirette e sperimentare intensità. Forse gettando queste stampelle potremo iniziare a camminare con le nostre gambe.

martedì 7 marzo 2017

Hunyuan ling tong, l'equanimità e le critiche


È sempre così. Quando cominci a fare qualcosa che rompe le scatole all'ego prima o poi l'ego si vendicherà recapitandoti uno o più critici in carne ed ossa. Nella fattispecie, da quando ho iniziato a ritenere opportuno parlare di equanimità, sono sorte le più grandi incomprensioni con numerose persone che da anni seguivano il mio lavoro. La critica più o meno velata che arriva sempre recita circa così: "Ma non lo vedi che l'equanimità è impossibile nel mondo moderno? Che i messaggi di quei vecchi fossili andavano bene per quella cultura ma non per la nostra? Noi abbiamo bisogno di giudizio e azione in questo nostro tempo". Il che significa che non stiamo parlando la stessa lingua. Se ancora pensate che equanimità significhi 'non agire' siete fuori strada, completamente. E lo siete per un motivo ben preciso: l'ego si oppone e tenterà sempre di distorcere qualunque frase o affermazione possa metterlo in pericolo. Ma voi non ci credete. Credete che ad opporsi al concetto di equanimità sia un 'vostro' normale ragionamento logico, il normale buon senso. Non vi rendete conto che anche la logica è sotto il controllo dell'ego, che anche il 'buon senso' non è buono per niente. Siamo per lo più programmi automatici che reagiscono a stimoli esterni senza alcun controllo su queste reazioni, e potete vederlo in migliaia di momenti della vostra vita. Coltivare l'equanimità serve a sganciarsi da questi automatismi e a renderci indipendenti, e non, come molti erroneamente credono, a cancellare la personalità. Non si cancella niente diventando equanimi, lo si rende solo più vasto. La miglior 'tecnica' che conosco è quella suggerita da Gao Weiming durante un seminario a Roma tempo fa, nel quale ci spiegò la teoria chiamata Hunyuan Ling Tong. Senza scendere nel dettaglio del senso delle parole, la frase indica l'atteggiamento che i praticanti di Qigong dovrebbero mantenere di fronte a tutti gli eventi della vita, belli e brutti. Significa allenarsi a pensare che tutto va per il meglio anche quando non sembra farlo o sembra andare in direzioni opposte al meglio, e farlo di continuo fino al punto in cui il nostro primo pensiero (il famoso pensiero primario) diventi Hunyuan Ling Tong invece che uno dei soliti giudizi sulla realtà. Ogni volta che accade qualcosa che genera forti emozioni positive o negative al praticante viene chiesto di ripetere silenziosamente nella sua mente Hunyuan Ling Tong per molte volte fino a che la mente e le emozioni non si siano calmate e non si sia tornati in uno stato di centratura. L'equanimità è questo, iniziare a ritirare i giudizi su ciò che sembra positivo e ciò che sembra negativo e vivere qualsiasi cosa si presenti alla coscienza con la stessa intensità. L'ultima volta che ho espresso questo concetto in un incontro qualcuno si è alzato e ha detto ad alta voce che senza le emozioni non vale però la pena di vivere. Beh, questo è senz'altro un modo di vedere la cosa, e fintanto che abbiamo la convinzione che le emozioni forti siano l'unico motivo per vivere, dovremmo lasciar perdere ogni tipo di lavoro su noi stessi e continuare a ricercare le emozioni forti finché questa esperienza non abbia mostrato la sua vacuità e non ci abbia dato tutto ciò che doveva darci. Se invece siete fra quelli che hanno già intravisto la trappola delle emozioni riconoscendole come quel qualcosa che vincola alla cultura del dramma e sottrae energia, capirete anche perché giorni fa, un altro maestro di Qigong (Tao Qingyiu) etichettava le emozioni come un 'difetto della coscienza', intendendo con questo dire che ogni volta che abbiamo un eccesso emotivo e andiamo fuori controllo è come avere un buco in un palloncino dal quale la nostra energia (qi) comincia a fuoriuscire. La coltivazione dell'equanimità serve a rimediare a questo oltre che al perseguimento di molti altri scopi ben più importanti di questo. Dall'equanimità tutte le emozioni saranno comunque accolte e vissute ma senza attaccamento e senza storie mentali, di modo che possiamo sperimentarne l'intensità senza esserne devastati. Dall'equanimità possiamo agire in maniera molto più decisa, diretta, efficace e ispirata, e anche laddove ci sarà richiesto di combattere, combatteremo, ma da un punto di quiete che resterà saldo per tutto il tempo. E a chi ancora crede che essere equanime significhi rinunciare alle sfide dell'esistenza posso solo consigliare di osservare chi è (o cos'è) che sta facendo questa osservazione e cosa ha paura di perdere rinunciando ai suoi giudizi su giusto o sbagliato. 

Equanimità significa non lasciarsi turbare qualunque cosa accada, conservare una mente immobile e ferma che osservi il gioco delle forze senza perdere la sua tranquillità. 
(Sri Aurobindo)