lunedì 20 febbraio 2017

Epochè



La discussione e il confronto arricchiscono. Ho sentito ripetere questo concetto diverse volte ultimamente e, come un alieno che non capisce il linguaggio dei terrestri, sono rimasto disorientato tentando di processare questo dato. Non perchè io sia contrario a priori alle discussioni e ai confronti, ma perchè nella mia vita non ho mai, e dico mai, visto qualcosa di 'costruttivo' nascere da discussioni o confronti così come vengono comunemente interpretati. Due ego che, messi di fronte, tentano di spiegare l'uno all'altro la propria opinione, valutando le risposte dell'altro attraverso il filtro del proprio punto di vista. Mi sono pertanto sempre domandato dove sia la crescita e la costruttività nell'ascoltare un punto di vista altrui mantenendo comunque intatto il proprio. A un certo punto della mia vita però una serie di eventi mi ha portato a conoscere quella pratica molto avversata e assolutamente mal compresa conosciuta come counseling. La mia fortuna è stata che il counseling mi fu insegnato da una persona che fu capace di tirarmi fuori dallo stato di 'punto di vista soggettivo' e mettermi in uno stato che chiamava (prendendola da Husserl) 'epochè fenomenologica' ovvero una sospensione totale del giudizio, di ogni giudizio riguardo a ciò che veniva esperito, ascoltato, osservato. Fare epochè significa prendere il fenomeno reale così come arriva alla coscienza, senza altre interferenze. E fu un concetto che mi colpì moltissimo. Perchè solo in quello stato secondo me si è capaci di vero ascolto e solo in quello stato, forse, il punto di vista dell'altro può davvero essere percepito. Ma qui sorgono anche i primi problemi pratici. Mantenere uno stato del genere per più di 5 minuti può essere una sfida insormontabile se non c'è allenamento e una forte determinazione. Un'altra cosa che mi colpì di quel modo di fare counseling era che, preso alla maniera di una disciplina interiore di educazione all'ascolto, diventava inevitabilmente una pratica integrale di vita quotidiana e non soltanto un week end al mese per prendere un diploma. Diventava un altro modo di vedere la totalità della vita, una modalità yin di attenzione focalizzata, che fu per me determinante per vedere  agire la mia sfocatura. Ci veniva appunto veicolato un concetto fondamentale che è il centro di tutto il discorso del confronto e dei punti di vista: non puoi sospendere il giudizio senza uno strenuo allenamento così come qualsiasi altro tipo di prestazione atletica, e non puoi farlo senza averne davvero voglia. Così quando ci allenavamo a fare i counselor coi nostri clienti, ci dovevamo allenare a vedere tutte le stupidaggini che avremmo voluto dire e fare per influenzarli, tutti i saggi consigli terapeutici che ci venivano in mente per sentire che stavamo facendo un buon lavoro, tutte le interpretazioni più o meno psicoanalitiche, energetiche o spirituali dei loro problemi. E tutte queste stupidaggini andavano sospese e messe al bando per tutto il tempo della seduta, per rimanere con la persona e non con le nostre interpretazioni e sfocature su quella persona. E forse con qualche anno di pratica intelligente questa capacità può essere appresa e può diventare parte integrante del proprio bagaglio di strumenti della coscienza. A quel punto però ogni genere di confronto o discussione perde il suo fascino. C'è stato un momento durante la mia attività di counseling nel quale le persone erano così intensamente interessanti che mi sembrava davvero un peccato mortale aggiungere o togliere qualcosa dalla loro esperienza di vita solo perchè pensavano che io fossi un bravo terapeuta. E quindi ho imparato a stare zitto e ho perso sempre più interesse al confronto, ai punti di vista, ai dibattiti.  Ho imparato a 'sentire' l'altro e la vita. Ho cercato per quanto potevo (e ancora ho un bel pezzo di strada da fare) di sospendere i miei giudizi su 'giusto' e 'sbagliato', 'bene' e 'male'. E ho imparato per quanto potevo a rispettare i processi di coloro che non erano d'accordo con il mio punto di vista, anche di quelli che remavano contro il mio (o attivamente contro di me), senza cercare di spiegare, senza dover dimostrare nulla a nessuno perchè, onestamente, non mi interessava più. Dallo stato di epokè ho potuto essere davvero d'accordo con Aurobindo quando asseriva che la mente non è che uno strumento per macinare informazioni, e che può credere tutto e il contrario di tutto:

"Il bisogno di sapere dell’intelletto non è altro che bisogno di macinare. Se poi per caso si ferma un attimo perchè è riuscito a sapere quel che cercava, immediatamente si riscuote e trova nuova roba da mettersi sotto i denti, per il puro piacere di tritare ancora.  Il momento decisivo del mio sviluppo intellettuale fu quando potei chiaramente vedere che quanto diceva l’intelletto poteva essere sia giusto che sbagliato; quel che l’intelletto giustificava era vero, ma anche il suo opposto lo era. Non ammettevo più nessuna verità nella mente senza ammetterne contemporaneamente anche il suo contrario. Risultato: il prestigio dell’intelletto svanì."
(Sri Aurobindo)

Dunque come posso davvero ancora credere che un confronto porti arricchimento e serva a crescere se non so fare epochè dentro di me? Come posso non vedere che il 99% delle volte un confronto o una discussione non sono che due ego che lottano per la supremazia (foss'anche la supremazia ottenuta solo attraverso il fatto che l'altro 'capisca' il mio punto di vista)? Come posso non accorgermi che tutto questo non è che l'ennesimo gioco delle separazioni e dell'avere ragione nel quale l'ego è maestro assoluto? Come posso non vedere che tutte le mie opinioni su ciò che è reale e ciò che non lo è sono solo mie opinioni e non verità assolute, e come posso non vedere tutte le macchinazioni che l'intelletto mette in moto per preservare e difendere queste opinioni a favore dell'ego?

Imparare a fare epochè significa rinunciare alle proprie opinioni per restare con il fenomeno così com'è, senza suggestioni, superstizioni o interpretazioni d'altro tipo. E' questa nuda sincerità a costituire secondo me, la vera sostanza dall'ascolto di sè e degli altri, e quest'atto interiore è l'unico che può, alla fine, rivelare la natura della coscienza svincolata dalla mente e dai sensi. E la coscienza, la capacità di esserci, è in definitiva ciò che davvero ascolta, e ciò che davvero viene ascoltato.

domenica 19 febbraio 2017

Zhineng Qigong, a Milano

In poche semplici parole, il Zhineng Qigong è la migliore, la più completa, onesta e strutturata disciplina di lavoro con l'energia e la coscienza che conosca. Nessun altro metodo o tecnica a mio parere regge il confronto in termini di velocità, risultati, integrità dei principi e accessibilità degli insegnamenti. Se state cercando una strada sicura e affidabile per tornare in salute, fare un vero lavoro su voi stessi (non solo a chiacchiere) e accedere a funzioni superiori della coscienza, la scienza del Zhineng Qigong potrebbe fare al caso vostro. Sabato e domenica a Milano due giornate piene di studio e pratica aperte a tutti:

domenica 5 febbraio 2017

Della prosperità e del cambiare sè stessi

Avete presente quegli infiniti corsi e libri sulla prosperità che sono usciti negli anni? Quei libri che vi promettevano miraggi come "tu puoi avere tutto quello che desideri", facendovi poi sentire frustrati perché niente o molto poco si muoveva? Ebbene molti di quei libri in realtà contenevano le briciole di un qualcosa che è tanto semplice quanto difficile da mettere in pratica integralmente. Qualcuno a un certo punto si è accorto che "attiri ciò che pensi" non funzionava più e allora ha cercato un escamotage. Ora si legge "attiri ciò che sei". Che a me è sempre suonato molto egocentrico almeno finché non si definisce cos'è ciò che sei. Onestamente anche io inizialmente credevo a tutto quello che leggevo sui libri e siti web, in un periodo nel quale questa informazione dilagava e usciva un libro a settimana che parlava di abbondanza, soldi, materializzazione. Molti di questi corsi, libri e insegnanti ancora promettono di rivelare il segreto, il segreto del segreto, l'anello mancante del segreto, il lucchetto che chiudeva a chiave la catena che ti impediva di aprire il segreto e così via. E molti di questi corsi, libri e insegnanti dicono sempre la stessa cosa da anni con poche varianti. In tutto questo tuttavia c'è qualcosa di reale a giudicare dalla mia esperienza. Bisogna solo definire quel "Ciò che sei" perché "Ciò che sei" in qualche modo è correlato a ciò che ti accade. E' impossibile e anche, lasciatemelo dire, stupido scollegare la 'prosperità' da tutto il resto che accade nelle nostre vite, dal nostro carattere, dalle nostre azioni quotidiane. L'errore di molti di questi insegnamenti a mio avviso è stato duplice: ci hanno insegnato che potevamo avere tutto (falso) solo visualizzando (falsissimo) e 'sentendoci come se', e hanno reso sempre più ipertrofico proprio quell'ego che è la causa di tutte le nostre miserie, fallendo quindi nell'obiettivo di generare più prosperità. Perchè la prosperità di una persona non è un valore assoluto che possa essere scorporato dal suo carattere generale, dalla sua condizione totale. La prosperità non è una variabile indipendente come non lo sono tutte le altre variabili che costituiscono l'ambiente psichico, fisico ed esistenziale della persona. E quindi visualizzare e sentirci bene non ci servirà a un bel niente se non cambiamo integralmente noi stessi e tutto il nostro carattere fino alle radici. Lo stesso dicasi della cosiddetta "guarigione fisica" altro miraggio a cui molti di noi hanno teso con fede cieca quando hanno letto alcune testimonianze sui libri. Eppure anche lì l'unico fatto davvero certo della guarigione fisica è che si verifica quando cambiano le condizioni interiori, le spinte inconsce che creavano "sintomi" come segnali d'allarme. Poi ci sono altre milioni di variabili che non troverete su alcun libro perchè, ripeto, la prosperità e la guarigione come tutto il resto sono variabili che dipendono da infinite altre variabili di cui, onestamente, nessuno sa molto. Ecco perchè ognuno è tenuto a mettersi in cammino e iniziare la propria ricerca personale, trovando le 'sue' cause e le 'sue' soluzioni. Potreste scoprire cose che sui libri non ci sono, ma che appartengono solo a voi, cause che sono solo vostre. Chi inizia a fare un percorso per lavorare su salute e prosperità dovrebbe avere ben chiari alcuni fatti. Primo: l'unico modo sano, secondo me, di procedere non è tanto quello di cercare di arrivare ad un obiettivo, ma quello di raggiungere l'espansione della propria coscienza verso qualcosa di superiore, che ancora non conosciamo forse, ma che sappiamo esserci. Secondo: si devono necessariamente trasformare il carattere, le abitudini e le tendenze da cima a fondo o non ci sarà alcun risultato in termini di guarigione e prosperità. Questo non è un lavoro secondario. Questo è il lavoro. E se vi trovate ancora dopo anni a dire 'sono fatto così, non posso cambiare' allora o non avete capito il lavoro, o non lo avete fatto proprio.

"Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. "

L'esortazione di questo vangelo è a mio avviso, la 'tecnica' definitiva. L'ho voluta chiamare 'fede integrale'. Ma non correte troppo a pensare che soltanto ripetervi questa frase risolverà tutti i problemi immediatamente, senza difficoltà e nel modo in cui volete voi. La 'tecnica' a mio parere è più profonda e difficile da realizzare. Dovete imparare a mettere in mano al Sè ogni vostro desiderio, ogni vostra aspirazione, ogni vostra emozione negativa, e ogni movimento interiore se volete iniziare a ricevere la luce del Sè, senza lamentarvi se sembra non arrivare tutto quello che avete chiesto dopo due giorni, dimorando nella fiducia. E questo richiede un grandissimo allenamento interiore a rimanere stabili, equanimi, di fronte a qualunque accadimento la vita ci porti. Non c'è altra via sana secondo me. Ogni altra via sarà maldiretta dall'ego e non dallo spirito. Ogni altra via non porterà che situazioni 'parziali'. E' mia esperienza infatti che quel Sè, il divino, o comunque lo vogliate chiamare, ci metta costantemente dentro ciò che è più giusto per noi affinché possiamo affrontarlo, risolverlo, uscirne e crescere. I nostri disastri ci riguardano e non sono sfighe capitate lì a caso. La nostra intera vita ci riguarda, e naturalmente ci mostrerà sempre i punti su cui dobbiamo ancora lavorare. Scopriremo allora che "ciò che siamo" non è solo i pensieri, le emozioni. Non è solo il conscio e il subconscio. Ma molto altro. Strati e strati di energia e densità costituiscono noi, i nostri corpi sottili, la nostra energia essenziale, le aure e tutto il resto, ma di tutta questa roba non abbiamo la minima conoscenza fintantoché non ci mettiamo a lavoro. E solo affidando tutto nelle mani del Sè questa complessità può essere gradualmente sciolta e illuminata da qualcosa di più saggio delle nostre piccole menti. Solo così, a mio parere, può arrivare un vero cambiamento e la vera prosperità, qualunque cosa essa sia per voi.

https://www.youtube.com/watch?v=1keyeHCaZ5A&t=38s

mercoledì 1 febbraio 2017

L'esilio

I momenti in cui sono cresciuto di più sono stati quelli in cui ho dovuto tagliare i ponti con tutto ciò che era sicuro, comodo e conosciuto. Ci sono stati giorni in cui ho fatto le valigie e sono partito non avendo la minima idea di dove sarei andato. Ho avuto paura ovviamente. Ma adesso ringrazio quei giorni con tutto il cuore. E' esattamente in quei momenti infatti, quando non hai più nessuno a sostenerti (in tutti i sensi, economico, emotivo, fisico) che sei costretto a fare affidamento su quel qualcosa che non si vede ma che sai esserci, ed è solo così, rinunciando ad aggrapparti a qualsiasi altra cosa, che lo fai agire per te. In quei periodi nei quali hai deciso di percorrere la tua di strada e non quella che qualcun altro o una genealogia, avevano tracciato per te, hai a che fare con quel senso di scomodità, di carenza, di paura di non farcela che, a mio parere, è una miracolosa medicina per la piccolezza e per la mancanza di scopo nella vita, perché ti costringe a costruire la fede. E' la paura di stare in esilio, lontani da amici, famiglia, ruoli, comodità e sicurezze che ci tiene fermi sul sentiero della nostra grandezza. E' la paura che il nostro piccolo 'io' cui tanto teniamo vada in frantumi se decidiamo di partire davvero e di farlo da soli, è il suo panico di fronte alle destinazioni ignote a tenerci incollati nella solita vecchia melma di sempre. Tuttavia quel piccolo 'io' che proteggiamo è esattamente il motivo per cui non siamo e non possiamo essere i veicoli del nostro Sé. Quel piccolo, misero io, sostenuto da tutti i contratti cui ci siamo vincolati, accampa sempre mille e una scusa al fatto che, a volte, un esilio forzato è l'unica soluzione. Mi pare però che è solo così che si può crescere. Facendocela da soli, trovando nella solitudine una forza e una ispirazione che chi resta sempre al sicuro senza rischiare mai non può e non potrà mai conoscere.