mercoledì 12 aprile 2017

il grosso problema della non-dualità

Questo è il periodo della non dualità. Molti di noi ci sono cascati a piè pari. Siamo scesi nella profonda caverna del 'non esiste nulla', 'è tutto illusione', e ci condiamo la bocca con frasi come 'la realtà e la vita non hanno nessun senso perciò non preoccuparti di nulla', scimmiottando i vari 'guru' indiani o i testi sacri che si fanno portatori di questo messaggio che è contemporaneamente molto profondo e molto pericoloso. E' la moda più recente della spiritualità, e la sua deriva più insidiosa. Ad esempio vengono ritenute superflue ed illusorie tutte le pratiche, con la spiegazione che ogni metodo è comunque figlio dell'illusione e non farà che perpetrarla. I grandi dell'approccio non duale infatti vogliono far passare l'idea che quello stato è un'accadimento spontaneo che avviene quando le catene dell'identificazione con l'ego si sono finalmente dissolte. Non è qualcosa che si può provocare. Non è qualcosa che si può 'cercare'. Eppure gli stessi, continuano a tenere Satsang e corsi con migliaia di persone assetate dei loro discorsi, o anche soltanto della loro energia, dove basilarmente i partecipanti continuano a sentirsi dire sempre le stesse cose in attesa che questo risveglio spontaneo arrivi.... ciò ha portato molti 'adepti' e molta gente di mia conoscenza a una pericolosissima stasi e ad una ancor più pericolosa fissazione. Ed io che mi ero avvicinato con interesse a questa prospettiva, mirabilmente descritta dal Vasistha Yoga e da Ramana Maharshi (che sono stati fra le mie letture più assidue per tantissimo tempo) ho iniziato ad un certo punto ad avere il bisogno di fermarmi un attimo e di ascoltare quello strano corto circuito che il mio essere aveva quando ascoltava certe frasi. Pur se può essere vero in ultima analisi, il fatto che tutta questa esistenza possa essere una mera illusione, il tutto non si può certo liquidare con quattro frasi messe in croce, negando di continuo la realtà delle cose e la gravità del dolore umano, o con ragionamenti furbi intorno al 'concetto' di illusione e dualità. Se siamo sinceri dobbiamo poi ammettere che questo stato oltre il duale, lo abbiamo finora solo 'letto' da qualche parte o 'ascoltato' da qualche guru, ma nessuno di noi lo ha davvero sperimentato. Esiste davvero quello stato? Come facciamo a saperlo? In tutta onestà non possiamo ancora affermare che esista davvero e non possiamo essere nemmeno tanto certi che non sia uno stato illusorio (o allucinatorio) anch'esso, o che non ci sia qualcos'altro dopo. Quindi in buona sostanza a parte le chiacchiere...che ne sappiamo davvero? Vedo e leggo di gente che non fa che indicare, con una logica stringente per carità, quanto tutto quello che esiste non abbia alcun senso, nessuna sostanza, e quindi nessun valore. E per me, al momento, questo è un atteggiamento molto, molto pericoloso, molto vicino al nichilismo. Inoltre credo che, ammesso che esista, il punto d'arrivo (una coscienza non duale) sia praticamente impossibile per la maggior parte di noi se non viene compiuto un lavoro, uno sforzo per uscire da quella identificazione con l'ego che sembra essere l'ostacolo principale. E a quelli che hanno avuto il coraggio di dirmi che non è così ho sempre chiesto : tu sei nella non dualità? Senza ottenere mai una risposta positiva. Ascolto e leggo persone che sbandierano a tutti in lungo e in largo sul web che l'ego non esiste ed è anch'esso una illusione, che tutto il lavoro per uscirne sarebbe dunque anch'esso illusorio. E dentro di me si va formando sempre di più la profonda sensazione che tutto questo sia solo un mero parlare frutto proprio di un ego ipertrofico che ha trovato un nuovo modo per sembrare 'migliore'. Per il resto credo proprio che un percorso sia necessario per la stragrande maggioranza di noi, che una serie di 'passi' o almeno di punti di riferimento siano imprescindibili per non perdersi in un mare di autosuggestioni su cosa sia o non sia la realtà.

"Non si porrà mai fine alla grande battaglia contro la dualità dichiarandone l’impossibilità, o negando le varie apparenze a essa attribuite e definendole irreali. È ancora più inutile ridicolizzare ogni affermazione scritta o pronunciata che parli di dualità, o che sembri fare uso di espressioni dualistiche per spiegare qualcosa. Negare la realtà della dualità non è abbastanza. Non percepiamo la dissoluzione dell’apparenza finché non scopriamo con precisione cos’è l’apparenza e cosa non è, la “causa” alla radice dell’apparenza, e quindi poniamo fine alle nostre attività che sembrano produrre questa apparenza. "

(William Samuel)

giovedì 6 aprile 2017

Il problema del subconscio e la ricerca delle cause

Uno dei rischi più grandi della 'ricerca interiore' è quello di trovare una presunta 'verità' e aderirvi completamente, ciecamente. Una di queste grandi verità inoppugnabili è rappresentata dall'idea che l'unico modo di lavorare sul subconscio sia che si debba scavare alla ricerca delle cause delle malattie e dei problemi e solo a quel punto, dopo una presa di coscienza, i problemi si possano risolvere. Ho difeso anche io per anni questo paradigma che mi sembrava la soluzione ad ogni problema, pur se per certi versi faceva acqua: moltissime persone che sembravano aver trovato la 'causa' poi non risolvevano un bel niente. Moltissime altre che per anni avevano indagato nell'inconscio con i più diversi sistemi avevano trovato e risolto anch'esse ben poco. Di per contro conoscevo persone che in un mese o due di lavoro avevano risolto tutti i loro problemi. "Sembrerebbe esserci una variabile che non vedo", pensavo anni fa quando le 'terapie' sortivano un effetto molto diverso da persona a persona. La variabile si chiamava 'coscienza', come ho appreso qualche tempo fa. E rimane una delle cose più difficili da spiegare a chi sia ancora incastrato nella ricerca delle cause in qualche punto del proprio passato. Come mi spiegò una delle mie insegnanti, quando si tenta di risolvere un problema nelle nostre vite, non c'è niente da capire, non ci sono cause da processare a livello razionale, c'è solo da essere sempre più coscienti del materiale rimosso, che ha creato cariche non viste. Essere coscienti significa essere lì con l'attenzione e l'intenzione a voler sentire e penetrare questi cristalli solidi in gran parte depositati nel corpo stesso. Si deve avere la ferma risoluzione di essere presenti, intensi, e indossare questo momento di vita come fa la mano con un guanto. Questo, diceva lei, se portato a livelli alti e col tempo, può virtualmente curare ogni disturbo, malattia e scompenso perchè la coscienza ha un potete di guarigione superiore. Ma io non ci credevo e per un po' ho continuato la mia ricerca delle cause nell'inconscio... poi arrivò Hew Len (l'insegnante di Self Identity Through Ho'oponopono) che mi disse una frase che non scorderò mai: "la mente razionale può elaborare 5 bit di dati, contro i 5.000.000 che passano per il subconscio... quindi che cosa vuoi capirne?" Dopo quel giorno e quel corso, smisi totalmente di cercare le 'cause' nel 'subconscio' e iniziai a fare una cosa molto più semplice: mi misi a rilasciare tutte le emozioni e i pensieri riguardo a ciò che accadeva, e cercai di stare sempre più dentro ciò che c'era. Mi spiegò Hew Len che bastava osservare la realtà che abbiamo intorno per vedere Unihipili (subconscio) all'opera, e che un atto di consapevolezza pura (o pulizia come la chiamano loro) poteva risolvere molti più problemi di qualsiasi terapia o indagine (e detto da uno psicologo fa abbastanza impressione). E aggiunse un'altra cosa. La ricerca delle cause è proprio una delle memorie che dovresti rilasciare, è mal diretta e serve uno scopo che non è la vera guarigione. Il che mi fece trasalire. Nonostante tutto qualche barlume di dubbio lo avevo ancora ma iniziai a ragionare in modo differente ed ecco che il mondo divenne molto interessante e i miei problemi iniziarono a dissolversi molto lentamente, pur se non ne comprendevo a fondo le cause. Perchè 'capire' non è 'essere coscienti'. Un altro salto lo feci quando iniziai a insegnare il metodo Yin: molte persone durante il lavoro in gruppo o da soli, processando un sintomo o un'emozione, accedevano spontaneamente al ricordo (se c'era) che aveva dato inizio alla catena di sintomi, e questo unicamente mantenendo la coscienza sul 'qualcosa che faceva male' senza nessun intervento della mente, senza nessuna comprensione 'razionale'. Il contenuto inconscio emergeva da sé (se necessario) quando facevano una cosa molto semplice: diventavano acutamente consapevoli (cioè presenti). Successivamente anche Marina Borruso spiegava che la ricerca delle cause 'passate' è uno dei modi che l'ego ha di spostare sempre in un altro punto dello spazio e del tempo il lavoro (e quindi di non fartelo fare). E' un modo di dare sempre la colpa a qualcun altro. E disse un'altra frase che fu decisiva per me: "nel presente le cause passate e gli effetti futuri coincidono, ed è solo qui, nel presente che puoi fare un vero cambiamento. E' qui che hai potere".  Le prove decisive le ho avute con Zhineng Qigong ovviamente. Laddove in una settimana di lavoro quattro differenti persone mi hanno riportato che durante la pratica giornaliera (del primo livello) ciò che era in fondo, non visto, cominciava ad emergere sotto forma di emozioni forti, stati alterati, vecchi dolori che si risvegliano, ricordi. A me succedeva dal primo giorno di pratica, ma ero convinto che fosse un mio problema, invece le testimonianze che arrivano vanno tutte nella stessa direzione. Il che non invalida certo il lavoro sulle cause 'karmiche', sulle regressioni a vite passate o altri metodi simili che possono essere utili e per qualcuno anche decisivi.  Tutto sommato però dopo 22 anni di attività mi sembra di aver notato quanto un lavoro integrale su tutta la coscienza (conscio, inconscio, livelli superiori e tutte le forze che questi veicolano) non abbia a che fare con il capire, quanto con l'essere intensamente presenti, e non possa limitarsi a una botta e via, una seduta a settimana o un seminario ogni tanto. Il Zhineng Qigong, il Metodo Yin, la presenza, sono pratiche per allargare la coscienza e scuse per fare qualcosa che dovrebbe essere fatto di continuo. La 'pratica' di consapevolezza è un fuoco che dovrebbe bruciare 24 ore su 24, un'attenzione che dovrebbe essere vigile e viva mentre si mangia, mentre si dorme, mentre si fa qualunque altra cosa. Le pratiche sono solo un alimentare questo fuoco con un po' di legna e un ricordarsi la prospettiva.  

Segue una testimonianza molto interessante di Ming Tong Gu che racconta come la pratica del Zhineng Qigong lo abbia portato a guarire malattie croniche e, nel caso dell'asma, a rievocare il trauma originario alla base del suo problema (il video è in inglese).


mercoledì 29 marzo 2017

Le cause 'esterne'


Crediamo a tutto, tranne che al nostro potere. Crediamo al fatto che qualsiasi cosa possa condizionarci, pianeti, influssi astrali, il cambio di stagione, l'ora legale, le energie 'negative', le 'entità'. Poco o nulla ci viene detto sul fatto che forse, e sottolineo forse, queste cause esterne possano agire in noi soltanto perché hanno trovato una 'debolezza' nella nostra coscienza. Ultimamente ho avuto uno scambio di vedute con un praticante dello yoga integrale di Sri Aurobindo e sorprendendomi di quanto la teoria e la pratica dei metodi fossero vicine a quanto descritto nel Piccolo libro della centratura e praticato con il metodo Yin, ho azzardato
una domanda: "Secondo te l'esterno ci influenza davvero? È a causa di un problema nell'inconscio che avviene questa influenza?" La lunghissima discussione che ne è seguita ci ha portato a poche semplici conclusioni. Tutto ciò che non è gradualmente reso consapevole e che striscia non visto nelle regioni del subcosciente può virtualmente dare forma a zone di minore resistenza nel nostro campo di attenzione (la coscienza appunto) nel quale certe forze possono dunque infilarsi e agire indisturbate. Ma, diceva il mio amico, noi possiamo rifiutare la nostra adesione a queste forze, proprio nel momento in cui osserviamo il loro tentativo di agire su di noi. Possiamo smettere di credere che siano inevitabili. Possiamo usare la volontà, la purezza dell'intento e l'aspirazione costante come puntello per sganciarci da queste energie (e da qualsiasi altra 'sostanza psichica') e decidere di negare attivamente la loro influenza. All'inizio potrebbe stentare a funzionare e forse ci sentiremo ancora per un po’ come immersi in un groviglio di sensazioni e stati fisici che ci spostano di qua e di là, quasi come fossimo una boa in un mare in tempesta. Ma continuando a negare la nostra adesione la coscienza imparerà a sganciarsi gradualmente dall'azione di queste forze e inizieremo a vedere con i nostri occhi interiori dov'è quel buco nel subcosciente che permette alle forze 'esterne' di influenzarci. Quel vedere sarà l'inizio del nostro renderci progressivamente indipendenti da tutte quelle forze che fino a poco prima ritenevamo assolutamente inevitabili e vedremo come molto probabilmente tutto quello che ci influenza lo fa con il nostro - anche se inconsapevole - consenso.




 

giovedì 16 marzo 2017

Stampelle spirituali

Spesso usiamo la 'spiritualità' come una stampella a cui appoggiarci. Ci aggrappiamo con le unghie e con i denti a definizioni e concetti come Dio, karma, reincarnazione, spirito e anima, ma in realtà di questi concetti non abbiamo alcuna diretta esperienza. Sono al 90% le favole in cui crediamo. Sono i concetti che abbiamo ereditato dalla tradizione, dai testi, dai nostri guru, da chi ci ha preceduto. Questa era la loro interpretazione della realtà, questo era il loro livello di comprensione. Il nostro livello di comprensione potrebbe non avvicinarsi al loro e allora, piuttosto che tentare di sperimentare dei fenomeni, decidiamo di parlane e di trasformarli nei nostri baluardi. Ho visto centinaia di persone perdersi e stagnare dentro queste definizioni, prendendole per buone e limitando la propria vita perché il 'guru' aveva detto questo o quello. Io stesso per anni mi sono nutrito di questi concetti per il semplice fatto di appartenere a una scuola di pensiero o all'altra. Prima o poi però dobbiamo deciderci a lasciare queste stampelle e camminare con le nostre gambe, o non sperimenteremo mai l'intensità e non avremo mai un’esperienza genuina. Lasciare andare questi 'concetti' può essere difficile e molto doloroso ma non sarà mai tanto doloroso quanto il continuare a nascondere il proprio essere dietro di essi, mettendoli in bella mostra per far vedere al mondo quanto siamo spiritualmente evoluti. La conoscenza spirituale non è che un mero accumulo di informazioni, di favole da raccontare. È nella realtà che si vede poi dove siamo realmente. Nella capacità di essere pace con tutto. Nell'equanimità. Nell'armonia e nell'equilibrio che portiamo a noi stessi e agli altri intorno a noi. Nella bellezza e nell'ispirazione delle nostre azioni nel mondo. È nella capacità di rinunciare al conflitto, alla violenza, alla rabbia, all'egoismo, nei desideri, nelle parole, nelle azioni e nei commenti su facebook che vediamo dove siamo a livello evolutivo (ammesso che poi esista ‘sto livello evolutivo). Ma noi preferiamo le storie, di certo io le ho preferite per moltissimi anni. Le storie che la spiritualità ci ha raccontato possono essere state un bell'intrattenersi quando eravamo in relax, con gli amici o in quegli attimi di confusione nei quali la vita sembrava sfuggirci di mano. Ma l'essere che siamo non sa davvero che farsene di tutto quel parlare di karma e reincarnazione, di presunti inconsci e mirabili corpi sottili, quando si tratta di metterci di fronte ad una verità. L'essere è 100% pragmatico, mai teorico e tutto ciò che possiamo dirne è e sarà sempre un'approssimazione molto grossolana. "I only know what I can do" diceva Lester Levenson quando parlava ai suoi studenti, per spiegare che parlare di ciò che non si conosce è unicamente uno sfoggio dell'ego. La domanda che ho iniziato a farmi ad un certo punto è stata "che ne sarebbe della mia ricerca se mettessi da parte tutto quello che so o credo di sapere e tenessi solo quello che ho visto e sperimentato direttamente? A quante di queste storie potrei ancora credere ciecamente?". E ancora: "cosa posso davvero sperimentare direttamente? Come?". Da queste domande nasce una ricerca onesta e integrale. Partendo da queste domande possiamo smetterla di raccontarci storie e cominciare a ricercare esperienze dirette e sperimentare intensità. Forse gettando queste stampelle potremo iniziare a camminare con le nostre gambe.

martedì 7 marzo 2017

Hunyuan ling tong, l'equanimità e le critiche


È sempre così. Quando cominci a fare qualcosa che rompe le scatole all'ego prima o poi l'ego si vendicherà recapitandoti uno o più critici in carne ed ossa. Nella fattispecie, da quando ho iniziato a ritenere opportuno parlare di equanimità, sono sorte le più grandi incomprensioni con numerose persone che da anni seguivano il mio lavoro. La critica più o meno velata che arriva sempre recita circa così: "Ma non lo vedi che l'equanimità è impossibile nel mondo moderno? Che i messaggi di quei vecchi fossili andavano bene per quella cultura ma non per la nostra? Noi abbiamo bisogno di giudizio e azione in questo nostro tempo". Il che significa che non stiamo parlando la stessa lingua. Se ancora pensate che equanimità significhi 'non agire' siete fuori strada, completamente. E lo siete per un motivo ben preciso: l'ego si oppone e tenterà sempre di distorcere qualunque frase o affermazione possa metterlo in pericolo. Ma voi non ci credete. Credete che ad opporsi al concetto di equanimità sia un 'vostro' normale ragionamento logico, il normale buon senso. Non vi rendete conto che anche la logica è sotto il controllo dell'ego, che anche il 'buon senso' non è buono per niente. Siamo per lo più programmi automatici che reagiscono a stimoli esterni senza alcun controllo su queste reazioni, e potete vederlo in migliaia di momenti della vostra vita. Coltivare l'equanimità serve a sganciarsi da questi automatismi e a renderci indipendenti, e non, come molti erroneamente credono, a cancellare la personalità. Non si cancella niente diventando equanimi, lo si rende solo più vasto. La miglior 'tecnica' che conosco è quella suggerita da Gao Weiming durante un seminario a Roma tempo fa, nel quale ci spiegò la teoria chiamata Hunyuan Ling Tong. Senza scendere nel dettaglio del senso delle parole, la frase indica l'atteggiamento che i praticanti di Qigong dovrebbero mantenere di fronte a tutti gli eventi della vita, belli e brutti. Significa allenarsi a pensare che tutto va per il meglio anche quando non sembra farlo o sembra andare in direzioni opposte al meglio, e farlo di continuo fino al punto in cui il nostro primo pensiero (il famoso pensiero primario) diventi Hunyuan Ling Tong invece che uno dei soliti giudizi sulla realtà. Ogni volta che accade qualcosa che genera forti emozioni positive o negative al praticante viene chiesto di ripetere silenziosamente nella sua mente Hunyuan Ling Tong per molte volte fino a che la mente e le emozioni non si siano calmate e non si sia tornati in uno stato di centratura. L'equanimità è questo, iniziare a ritirare i giudizi su ciò che sembra positivo e ciò che sembra negativo e vivere qualsiasi cosa si presenti alla coscienza con la stessa intensità. L'ultima volta che ho espresso questo concetto in un incontro qualcuno si è alzato e ha detto ad alta voce che senza le emozioni non vale però la pena di vivere. Beh, questo è senz'altro un modo di vedere la cosa, e fintanto che abbiamo la convinzione che le emozioni forti siano l'unico motivo per vivere, dovremmo lasciar perdere ogni tipo di lavoro su noi stessi e continuare a ricercare le emozioni forti finché questa esperienza non abbia mostrato la sua vacuità e non ci abbia dato tutto ciò che doveva darci. Se invece siete fra quelli che hanno già intravisto la trappola delle emozioni riconoscendole come quel qualcosa che vincola alla cultura del dramma e sottrae energia, capirete anche perché giorni fa, un altro maestro di Qigong (Tao Qingyiu) etichettava le emozioni come un 'difetto della coscienza', intendendo con questo dire che ogni volta che abbiamo un eccesso emotivo e andiamo fuori controllo è come avere un buco in un palloncino dal quale la nostra energia (qi) comincia a fuoriuscire. La coltivazione dell'equanimità serve a rimediare a questo oltre che al perseguimento di molti altri scopi ben più importanti di questo. Dall'equanimità tutte le emozioni saranno comunque accolte e vissute ma senza attaccamento e senza storie mentali, di modo che possiamo sperimentarne l'intensità senza esserne devastati. Dall'equanimità possiamo agire in maniera molto più decisa, diretta, efficace e ispirata, e anche laddove ci sarà richiesto di combattere, combatteremo, ma da un punto di quiete che resterà saldo per tutto il tempo. E a chi ancora crede che essere equanime significhi rinunciare alle sfide dell'esistenza posso solo consigliare di osservare chi è (o cos'è) che sta facendo questa osservazione e cosa ha paura di perdere rinunciando ai suoi giudizi su giusto o sbagliato. 

Equanimità significa non lasciarsi turbare qualunque cosa accada, conservare una mente immobile e ferma che osservi il gioco delle forze senza perdere la sua tranquillità. 
(Sri Aurobindo)

lunedì 20 febbraio 2017

Epochè



La discussione e il confronto arricchiscono. Ho sentito ripetere questo concetto diverse volte ultimamente e, come un alieno che non capisce il linguaggio dei terrestri, sono rimasto disorientato tentando di processare questo dato. Non perchè io sia contrario a priori alle discussioni e ai confronti, ma perchè nella mia vita non ho mai, e dico mai, visto qualcosa di 'costruttivo' nascere da discussioni o confronti così come vengono comunemente interpretati. Due ego che, messi di fronte, tentano di spiegare l'uno all'altro la propria opinione, valutando le risposte dell'altro attraverso il filtro del proprio punto di vista. Mi sono pertanto sempre domandato dove sia la crescita e la costruttività nell'ascoltare un punto di vista altrui mantenendo comunque intatto il proprio. A un certo punto della mia vita però una serie di eventi mi ha portato a conoscere quella pratica molto avversata e assolutamente mal compresa conosciuta come counseling. La mia fortuna è stata che il counseling mi fu insegnato da una persona che fu capace di tirarmi fuori dallo stato di 'punto di vista soggettivo' e mettermi in uno stato che chiamava (prendendola da Husserl) 'epochè fenomenologica' ovvero una sospensione totale del giudizio, di ogni giudizio riguardo a ciò che veniva esperito, ascoltato, osservato. Fare epochè significa prendere il fenomeno reale così come arriva alla coscienza, senza altre interferenze. E fu un concetto che mi colpì moltissimo. Perchè solo in quello stato secondo me si è capaci di vero ascolto e solo in quello stato, forse, il punto di vista dell'altro può davvero essere percepito. Ma qui sorgono anche i primi problemi pratici. Mantenere uno stato del genere per più di 5 minuti può essere una sfida insormontabile se non c'è allenamento e una forte determinazione. Un'altra cosa che mi colpì di quel modo di fare counseling era che, preso alla maniera di una disciplina interiore di educazione all'ascolto, diventava inevitabilmente una pratica integrale di vita quotidiana e non soltanto un week end al mese per prendere un diploma. Diventava un altro modo di vedere la totalità della vita, una modalità yin di attenzione focalizzata, che fu per me determinante per vedere  agire la mia sfocatura. Ci veniva appunto veicolato un concetto fondamentale che è il centro di tutto il discorso del confronto e dei punti di vista: non puoi sospendere il giudizio senza uno strenuo allenamento così come qualsiasi altro tipo di prestazione atletica, e non puoi farlo senza averne davvero voglia. Così quando ci allenavamo a fare i counselor coi nostri clienti, ci dovevamo allenare a vedere tutte le stupidaggini che avremmo voluto dire e fare per influenzarli, tutti i saggi consigli terapeutici che ci venivano in mente per sentire che stavamo facendo un buon lavoro, tutte le interpretazioni più o meno psicoanalitiche, energetiche o spirituali dei loro problemi. E tutte queste stupidaggini andavano sospese e messe al bando per tutto il tempo della seduta, per rimanere con la persona e non con le nostre interpretazioni e sfocature su quella persona. E forse con qualche anno di pratica intelligente questa capacità può essere appresa e può diventare parte integrante del proprio bagaglio di strumenti della coscienza. A quel punto però ogni genere di confronto o discussione perde il suo fascino. C'è stato un momento durante la mia attività di counseling nel quale le persone erano così intensamente interessanti che mi sembrava davvero un peccato mortale aggiungere o togliere qualcosa dalla loro esperienza di vita solo perchè pensavano che io fossi un bravo terapeuta. E quindi ho imparato a stare zitto e ho perso sempre più interesse al confronto, ai punti di vista, ai dibattiti.  Ho imparato a 'sentire' l'altro e la vita. Ho cercato per quanto potevo (e ancora ho un bel pezzo di strada da fare) di sospendere i miei giudizi su 'giusto' e 'sbagliato', 'bene' e 'male'. E ho imparato per quanto potevo a rispettare i processi di coloro che non erano d'accordo con il mio punto di vista, anche di quelli che remavano contro il mio (o attivamente contro di me), senza cercare di spiegare, senza dover dimostrare nulla a nessuno perchè, onestamente, non mi interessava più. Dallo stato di epokè ho potuto essere davvero d'accordo con Aurobindo quando asseriva che la mente non è che uno strumento per macinare informazioni, e che può credere tutto e il contrario di tutto:

"Il bisogno di sapere dell’intelletto non è altro che bisogno di macinare. Se poi per caso si ferma un attimo perchè è riuscito a sapere quel che cercava, immediatamente si riscuote e trova nuova roba da mettersi sotto i denti, per il puro piacere di tritare ancora.  Il momento decisivo del mio sviluppo intellettuale fu quando potei chiaramente vedere che quanto diceva l’intelletto poteva essere sia giusto che sbagliato; quel che l’intelletto giustificava era vero, ma anche il suo opposto lo era. Non ammettevo più nessuna verità nella mente senza ammetterne contemporaneamente anche il suo contrario. Risultato: il prestigio dell’intelletto svanì."
(Sri Aurobindo)

Dunque come posso davvero ancora credere che un confronto porti arricchimento e serva a crescere se non so fare epochè dentro di me? Come posso non vedere che il 99% delle volte un confronto o una discussione non sono che due ego che lottano per la supremazia (foss'anche la supremazia ottenuta solo attraverso il fatto che l'altro 'capisca' il mio punto di vista)? Come posso non accorgermi che tutto questo non è che l'ennesimo gioco delle separazioni e dell'avere ragione nel quale l'ego è maestro assoluto? Come posso non vedere che tutte le mie opinioni su ciò che è reale e ciò che non lo è sono solo mie opinioni e non verità assolute, e come posso non vedere tutte le macchinazioni che l'intelletto mette in moto per preservare e difendere queste opinioni a favore dell'ego?

Imparare a fare epochè significa rinunciare alle proprie opinioni per restare con il fenomeno così com'è, senza suggestioni, superstizioni o interpretazioni d'altro tipo. E' questa nuda sincerità a costituire secondo me, la vera sostanza dall'ascolto di sè e degli altri, e quest'atto interiore è l'unico che può, alla fine, rivelare la natura della coscienza svincolata dalla mente e dai sensi. E la coscienza, la capacità di esserci, è in definitiva ciò che davvero ascolta, e ciò che davvero viene ascoltato.

domenica 19 febbraio 2017

Zhineng Qigong, a Milano

In poche semplici parole, il Zhineng Qigong è la migliore, la più completa, onesta e strutturata disciplina di lavoro con l'energia e la coscienza che conosca. Nessun altro metodo o tecnica a mio parere regge il confronto in termini di velocità, risultati, integrità dei principi e accessibilità degli insegnamenti. Se state cercando una strada sicura e affidabile per tornare in salute, fare un vero lavoro su voi stessi (non solo a chiacchiere) e accedere a funzioni superiori della coscienza, la scienza del Zhineng Qigong potrebbe fare al caso vostro. Sabato e domenica a Milano due giornate piene di studio e pratica aperte a tutti:

domenica 5 febbraio 2017

Della prosperità e del cambiare sè stessi

Avete presente quegli infiniti corsi e libri sulla prosperità che sono usciti negli anni? Quei libri che vi promettevano miraggi come "tu puoi avere tutto quello che desideri", facendovi poi sentire frustrati perché niente o molto poco si muoveva? Ebbene molti di quei libri in realtà contenevano le briciole di un qualcosa che è tanto semplice quanto difficile da mettere in pratica integralmente. Qualcuno a un certo punto si è accorto che "attiri ciò che pensi" non funzionava più e allora ha cercato un escamotage. Ora si legge "attiri ciò che sei". Che a me è sempre suonato molto egocentrico almeno finché non si definisce cos'è ciò che sei. Onestamente anche io inizialmente credevo a tutto quello che leggevo sui libri e siti web, in un periodo nel quale questa informazione dilagava e usciva un libro a settimana che parlava di abbondanza, soldi, materializzazione. Molti di questi corsi, libri e insegnanti ancora promettono di rivelare il segreto, il segreto del segreto, l'anello mancante del segreto, il lucchetto che chiudeva a chiave la catena che ti impediva di aprire il segreto e così via. E molti di questi corsi, libri e insegnanti dicono sempre la stessa cosa da anni con poche varianti. In tutto questo tuttavia c'è qualcosa di reale a giudicare dalla mia esperienza. Bisogna solo definire quel "Ciò che sei" perché "Ciò che sei" in qualche modo è correlato a ciò che ti accade. E' impossibile e anche, lasciatemelo dire, stupido scollegare la 'prosperità' da tutto il resto che accade nelle nostre vite, dal nostro carattere, dalle nostre azioni quotidiane. L'errore di molti di questi insegnamenti a mio avviso è stato duplice: ci hanno insegnato che potevamo avere tutto (falso) solo visualizzando (falsissimo) e 'sentendoci come se', e hanno reso sempre più ipertrofico proprio quell'ego che è la causa di tutte le nostre miserie, fallendo quindi nell'obiettivo di generare più prosperità. Perchè la prosperità di una persona non è un valore assoluto che possa essere scorporato dal suo carattere generale, dalla sua condizione totale. La prosperità non è una variabile indipendente come non lo sono tutte le altre variabili che costituiscono l'ambiente psichico, fisico ed esistenziale della persona. E quindi visualizzare e sentirci bene non ci servirà a un bel niente se non cambiamo integralmente noi stessi e tutto il nostro carattere fino alle radici. Lo stesso dicasi della cosiddetta "guarigione fisica" altro miraggio a cui molti di noi hanno teso con fede cieca quando hanno letto alcune testimonianze sui libri. Eppure anche lì l'unico fatto davvero certo della guarigione fisica è che si verifica quando cambiano le condizioni interiori, le spinte inconsce che creavano "sintomi" come segnali d'allarme. Poi ci sono altre milioni di variabili che non troverete su alcun libro perchè, ripeto, la prosperità e la guarigione come tutto il resto sono variabili che dipendono da infinite altre variabili di cui, onestamente, nessuno sa molto. Ecco perchè ognuno è tenuto a mettersi in cammino e iniziare la propria ricerca personale, trovando le 'sue' cause e le 'sue' soluzioni. Potreste scoprire cose che sui libri non ci sono, ma che appartengono solo a voi, cause che sono solo vostre. Chi inizia a fare un percorso per lavorare su salute e prosperità dovrebbe avere ben chiari alcuni fatti. Primo: l'unico modo sano, secondo me, di procedere non è tanto quello di cercare di arrivare ad un obiettivo, ma quello di raggiungere l'espansione della propria coscienza verso qualcosa di superiore, che ancora non conosciamo forse, ma che sappiamo esserci. Secondo: si devono necessariamente trasformare il carattere, le abitudini e le tendenze da cima a fondo o non ci sarà alcun risultato in termini di guarigione e prosperità. Questo non è un lavoro secondario. Questo è il lavoro. E se vi trovate ancora dopo anni a dire 'sono fatto così, non posso cambiare' allora o non avete capito il lavoro, o non lo avete fatto proprio.

"Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. "

L'esortazione di questo vangelo è a mio avviso, la 'tecnica' definitiva. L'ho voluta chiamare 'fede integrale'. Ma non correte troppo a pensare che soltanto ripetervi questa frase risolverà tutti i problemi immediatamente, senza difficoltà e nel modo in cui volete voi. La 'tecnica' a mio parere è più profonda e difficile da realizzare. Dovete imparare a mettere in mano al Sè ogni vostro desiderio, ogni vostra aspirazione, ogni vostra emozione negativa, e ogni movimento interiore se volete iniziare a ricevere la luce del Sè, senza lamentarvi se sembra non arrivare tutto quello che avete chiesto dopo due giorni, dimorando nella fiducia. E questo richiede un grandissimo allenamento interiore a rimanere stabili, equanimi, di fronte a qualunque accadimento la vita ci porti. Non c'è altra via sana secondo me. Ogni altra via sarà maldiretta dall'ego e non dallo spirito. Ogni altra via non porterà che situazioni 'parziali'. E' mia esperienza infatti che quel Sè, il divino, o comunque lo vogliate chiamare, ci metta costantemente dentro ciò che è più giusto per noi affinché possiamo affrontarlo, risolverlo, uscirne e crescere. I nostri disastri ci riguardano e non sono sfighe capitate lì a caso. La nostra intera vita ci riguarda, e naturalmente ci mostrerà sempre i punti su cui dobbiamo ancora lavorare. Scopriremo allora che "ciò che siamo" non è solo i pensieri, le emozioni. Non è solo il conscio e il subconscio. Ma molto altro. Strati e strati di energia e densità costituiscono noi, i nostri corpi sottili, la nostra energia essenziale, le aure e tutto il resto, ma di tutta questa roba non abbiamo la minima conoscenza fintantoché non ci mettiamo a lavoro. E solo affidando tutto nelle mani del Sè questa complessità può essere gradualmente sciolta e illuminata da qualcosa di più saggio delle nostre piccole menti. Solo così, a mio parere, può arrivare un vero cambiamento e la vera prosperità, qualunque cosa essa sia per voi.

https://www.youtube.com/watch?v=1keyeHCaZ5A&t=38s

mercoledì 1 febbraio 2017

L'esilio

I momenti in cui sono cresciuto di più sono stati quelli in cui ho dovuto tagliare i ponti con tutto ciò che era sicuro, comodo e conosciuto. Ci sono stati giorni in cui ho fatto le valigie e sono partito non avendo la minima idea di dove sarei andato. Ho avuto paura ovviamente. Ma adesso ringrazio quei giorni con tutto il cuore. E' esattamente in quei momenti infatti, quando non hai più nessuno a sostenerti (in tutti i sensi, economico, emotivo, fisico) che sei costretto a fare affidamento su quel qualcosa che non si vede ma che sai esserci, ed è solo così, rinunciando ad aggrapparti a qualsiasi altra cosa, che lo fai agire per te. In quei periodi nei quali hai deciso di percorrere la tua di strada e non quella che qualcun altro o una genealogia, avevano tracciato per te, hai a che fare con quel senso di scomodità, di carenza, di paura di non farcela che, a mio parere, è una miracolosa medicina per la piccolezza e per la mancanza di scopo nella vita, perché ti costringe a costruire la fede. E' la paura di stare in esilio, lontani da amici, famiglia, ruoli, comodità e sicurezze che ci tiene fermi sul sentiero della nostra grandezza. E' la paura che il nostro piccolo 'io' cui tanto teniamo vada in frantumi se decidiamo di partire davvero e di farlo da soli, è il suo panico di fronte alle destinazioni ignote a tenerci incollati nella solita vecchia melma di sempre. Tuttavia quel piccolo 'io' che proteggiamo è esattamente il motivo per cui non siamo e non possiamo essere i veicoli del nostro Sé. Quel piccolo, misero io, sostenuto da tutti i contratti cui ci siamo vincolati, accampa sempre mille e una scusa al fatto che, a volte, un esilio forzato è l'unica soluzione. Mi pare però che è solo così che si può crescere. Facendocela da soli, trovando nella solitudine una forza e una ispirazione che chi resta sempre al sicuro senza rischiare mai non può e non potrà mai conoscere.


martedì 31 gennaio 2017

L'abitudine di rispondere

"La prima cosa che il ricercatore distinguerà nell'esplorare il proprio vitale sarà una frazione di mente che sembra avere la sola funzione di dare forma (e giustificazione) ai suoi impulsi, ai suoi sentimenti, ai suoi desideri: quella che da ora in poi chiameremo MENTE VITALE. Ma, avendo già visto la necessità di far silenzio nella mente, il ricercatore estenderà tale disciplina anche a questo strato mentale inferiore. Di lì in poi comincerà a vederci chiaro: prive dei loro abbellimenti mentali, le diverse vibrazioni dell'essere gli si riveleranno nel loro aspetto vero e al loro vero livello. Soprattutto, le vedrà arrivare. In questa distesa di silenzio ch'egli ormai rappresenta, i minimi movimenti di sostanza mentale - oppure vitale o di altri piani - saranno per lui altrettanti segnali; e se qualcosa tenterà d'infiltrarsi nella sua atmosfera se ne accorgerà subito. Spontaneamente si renderà conto allora della quantità di vibrazioni che tutti emanano di continuo senza neanche accorgersene, saprà chi è e da dove viene la persona che ha di fronte (un aspetto impeccabile non ha il più delle volte niente a che vedere con la piccola realtà vibrante che sta dietro). Allora i suoi rapporti col mondo diventeranno chiari, capirà perché prova certe simpatie e certe antipatie, certi timori o malesseri, e potrà così mettere ordine nelle proprie reazioni, rettificarle: accettare le vibrazioni che sono di aiuto, rifiutare quelle che intorbidano, neutralizzare quelle che vengono per nuocere. E si renderà conto di un fenomeno molto interessante: il silenzio interiore ha un potere. Se invece di rispondere alla vibrazione in arrivo resterà nella più assoluta immobilità interiore, vedrà quell'immobilità DISSOLVERE le vibrazioni; come se fosse circondato da una distesa di neve dove urti e colpi sprofondano. Prendiamo il semplice esempio della collera: se invece di metterci a vibrare all'unisono con chi è in collera riusciremo a restare interiormente immobili, a poco a poco vedremo la collera di chi ci sta di fronte dissolversi come fumo. Mère faceva notare che l'immobilità interiore, il potere di non rispondere, può anche fermare il braccio dell'assassino o lo scatto del serpente. Solo che non si tratta di mettersi una maschera di impassibilità mentre dentro tutto ribolle: con le vibrazioni non si bara, come lo sentono benissimo gli animali; non si tratta di inalberare una 'padronanza di sè' che è solo padronanza delle apparenze, ma di un vero dominio interiore. E' un silenzio che può annullare qualsiasi vibrazione: per la semplice ragione che tutte le vibrazioni, di qualunque tipo, sono CONTAGIOSE (sia le vibrazioni più basse che le più alte, si badi bene: ecco come mai il guru può trasmettere al discepolo le proprie esperienze spirituali o i propri poteri). Dipende da noi o meno accettare il contagio: se abbiamo paura, vuol dire che abbiamo già accettato il contagio e quindi abbiamo già accettato il morso del serpente o il colpo dell'assassino [...]
Lo stesso accade per le sofferenze fisiche: come si può farsi contagiare da vibrazioni dolorose, così si può circoscriverne il punto e magari, a seconda del grado di padronanza raggiunto, annullare la sofferenza, cioè disinnescare la coscienza dal punto del malato. La chiave della padronanza è sempre il silenzio, a tutti i livelli; nel silenzio infatti è possibile distinguere le vibrazioni; e distinguere vuol dire averne il dominio. Numerosissime sono le applicazioni pratiche e numerosissime le occasioni di progresso. Quella vita di tutti i giorni che viviamo tanto incoscientemente può diventare così un immenso campo di esperienza e di uso consapevole delle vibrazioni. Ecco perchè si insiste che il luogo dello yoga sia la vita stessa: stando soli è facilissimo illudersi di aver raggiunto il dominio di sè. 
Ma il potere del silenzio, o dell'immobilità interiore, ha applicazioni molto più importanti, sopratutto nella vita psicologica. Il vitale, lo sappiamo, è sede di svariati disordini e miserie, ma è anche una fonte di grande forza; si tratta quindi - un poco come nella leggenda indiana del cigno che separa l'acqua dal latte - di estrarne la forza di vita evitando le complicazioni che la vita porta con sé, e al tempo stesso senza recluderci dalla vita. Bisogna dire che le vere complicazioni non vengono tanto dal vitale in sé, quanto dall'uso che ne facciamo noi: tutte le circostanze esteriori sono infatti l'immagine speculare di quello che siamo. Ma la più grande difficoltà viene dal fatto che, erroneamente, noi ci identifichiamo col vitale e con tutto ciò che ne proviene. Il vitale dice: le 'mie' pene, la 'mia' depressione, il 'mio' temperamento, i 'miei' desideri, credendo di essere tutti quei piccoli io che in realtà non sono affatto lui. Certo, se noi continuiamo ad essere convinti che tutte quelle piccole storie siano la nostra storia, allora ovviamente non c'è altro da fare che sopportare la bella famigliola vitale con tutte le sue crisi. Ma se siamo in grado di far silenzio dentro, ci appare subito chiaro che tutte quelle vicende non sono affatto le nostre: tutto viene da fuori, lo sappiamo. Solo che noi, sintonizzandoci sempre sulla stessa lunghezza d'onda, ci lasciamo invadere da tutti i contagi. Ad esempio, ci troviamo in compagnia di Tizio o di Caio, in noi c'è silenzio e immobilità (il che non ci impedisce di parlare e di agire normalmente), e di colpo ecco che in questa trasparenza sentiamo qualcosa che ci tira o che cerca di entrarci dentro, come una pressione o una vibrazione intorno a noi che può anche tradursi in un indefinibile malessere. Se la vibrazione ce la fa ad entrare, in pochi minuti ci ritroviamo a lottare con una depressione o un desiderio, con un'agitazione o una febbre: siamo stati contagiati. A volte non sono soltanto semplici vibrazioni che ci piombano addosso, ma vere ondate. Non occorre necessariamente stare assieme a qualcuno perché succeda: possiamo isolarci in cima all'Himalaya e ricevere lo stesso le vibrazioni del mondo. Da dove viene allora la NOSTRA agitazione, il NOSTRO desiderio, se non dall'abitudine di farci agganciare di continuo dagli stessi impulsi? Ma il ricercatore che ha coltivato il silenzio non si lascia più intrappolare da questa FALSA IDENTIFICAZIONE e finisce per sentire intorno a sé quello che chiameremo il circumcosciente, ovvero COSCIENZA CIRCOSTANTE, una distesa di neve che ci circonda e che può esser incredibilmente luminosa, forte e sicura, o che invece può oscurarsi, corrompersi (o anche disintegrarsi totalmente) a seconda del nostro stato interiore. E' una specie di atmosfera individuale o di GUAINA PROTETTIVA abbastanza sensibile da farci sentire ad esempio che si sta avvicinando qualcuno, o da farci evitare un incidente nell'istante in cui sta per piombarci addosso; ed è proprio in questa coscienza circostante che potremo sentire e fermare le vibrazioni psicologiche PRIMA che ci entrino dentro.
Di solito sono così abituate ad entrare dentro di noi come a casa propria, per affinità, che non le sentiamo neanche più arrivare: il meccanismo attraverso cui ce ne appropriamo e ci indentifichiamo con loro scatta immediatamente. Ma il silenzio interiore produce una trasparenza sufficiente a vederle arrivare, sicchè allora uno può fermarle e respingerle.
A volte le vibrazioni respinte restano a vagare nel circumcosciente, aspettando la prima occasione per precipitarsi dentro di noi, al punto che potremo sentire con estrema chiarezza la collera, il desiderio, la depressione girarci attorno; ma, a forza di essere respinte, perderanno vigore, finchè ci lasceranno in pace. Il collegamento è stato finalmente interrotto. E con sorpresa un bel giorno constateremo che certe vibrazioni che ci sembravano ineluttabili non ci toccano più. Ci passeranno davanti come uno schermo cinematografico, svuotate di qualsiasi potere; e potremo osservare con curiosità le piccole malintenzionate ritentare il loro gioco. Oppure ci accorgeremo che certi stati psicologici ci assalgono a ore fisse, o si ripetono ciclicamente: sono quelli che chiameremo FORMAZIONI, cioè amalgami di vibrazioni che per reiterata abitudine finiscono per acquisire una sorta di personalità indipendente. Vedremo come queste formazioni, una volta che ci hanno agganciati non ci mollano finchè non hanno svuotato il sacco fino in fondo, ossessive come un disco che gira e gira su un grammofono. Sta a noi decidere se 'lasciarlo suonare' oppure no. Le esperienze possibili sono migliaia, è tutto un mondo di osservazioni; ma la scoperta essenziale che avremo fatto è che in tutta la faccenda, di NOI c'è ben poco, tranne L'ABITUDINE DI RISPONDERE. [...]
A dispetto di tutte le nostre 'sagge' massime, la natura umana PUO' essere cambiata. Non c'è niente nella coscienza o nella natura di fissato una volta per sempre, tutto è soltanto un gioco di energie e vibrazioni che a forza di ripetersi regolarmente ci dà l'illusione di una necessità 'naturale'. Proprio perciò lo yoga presuppone la possibilità di un capovolgimento totale delle regole che comunemente governano le reazioni della coscienza.
Scoperto il meccanismo, avremo contemporaneamente trovato il giusto metodo per dominare il vitale, un metodo non di tipo chirurgico ma pacificatore. Non diminuiremo di sicuro le difficoltà vitali combattendole vitalmente: la lotta esaurirà le nostre energie, ma non certo la loro esistenza universale. E' da un'altra posizione che avremo partita vinta: neutralizzandole in una pace silenziosa. Se siamo in pace, ripulire il vitale diventa facile. Se invece stiamo lì solo a pulire e pulire senza fare nient'altro il progresso sarà molto lento, perché il vitale si sporcherà di nuovo e bisognerà rimettersi a pulirlo centinaia di volte. La pace è qualcosa di pulito di per sé, perciò essere in pace è un modo di positivo di assicurarsi il risultato. Cercare soltanto lo sporco e ostinarsi a pulirlo è un metodo negativo."



domenica 22 gennaio 2017

Diventerai ciò di cui ti nutri

 
Spiacente per gli amici vegetariani o vegani, ma il nutrimento di cui parlo qui, oggi, ha poco a che fare con ciò che mangiamo, per quanto io trovi che a un certo punto anche le nostre abitudini alimentari cambieranno a seguito di un onesto lavoro su noi stessi. Il nutrimento cui sarebbe importante prestare attenzione è quello sottile, vibrazionale, emotivo cui ci sottoponiamo in quei momenti in cui non ci siamo, quegli spazi che ci prendiamo per noi stessi e nei quali ci abbandoniamo a quelli che consideriamo momenti di rilassamento. Sono quelli i momenti di maggior permeabilità delle sfere inconsce e quelli, spesso, i momenti in cui ci mettiamo davanti a tv, cinema, film, libri e musica varia. Fin qui niente da eccepire. Quello che dovremmo cominciare a vedere con consapevolezza è innanzitutto il contenuto emotivo di quello a cui ci esponiamo, il messaggio profondo che ciò cui ci esponiamo veicola. Sebbene questo contenuto possa essere usato per rilasciare, molto più spesso di quanto non pensiamo il materiale che ci attraversa viene preso e accettato inconsciamente senza censure e da lì passa direttamente a stimolare qualcosa nel subconscio. Dall'horror alla soap-opera il messaggio 'esterno' solletica continuamente, a livello emotivo, le nostre corde interne richiamando contenuti non risolti, conti in sospeso, vecchi ricordi, aspettative e anche, purtroppo, memorie genealogiche (e probabilmente la nostra genealogia non ha mai brillato per consapevolezza e centratura). Da quello stimolo esterno accettato passivamente scaturiscono bisogni, desideri ma anche inquietudini, paure e proiezioni negative d'ogni genere. Da quegli stimoli esterni possono scaturire comportamenti e azioni del tutto irrazionali. Quello che leggiamo, la musica che ascoltiamo, i film che guardiamo e in generale la cultura alla quale partecipiamo, lascia solchi nel nostro subconscio, solchi tanto più profondi quanto più continuativa e ripetuta è stata l'esposizione. E questo influenza inevitabilmente la nostra vita e la nostra realtà, che noi lo vogliamo o meno. Ciò dà una direzione alla nostra emissione senza che ce ne accorgiamo. Non c'è niente di male in questo perché chi più chi meno ne siamo tutti partecipi. La domanda che dobbiamo farci è: ciò di cui mi nutro lo voglio davvero nel mio campo di esperienza? Ciò di cui tutti si stanno nutrendo (perché così fan tutti, perché è giusto, perché va di moda o semplicemente perché non sembra esserci nulla di meglio in giro) è ciò di cui io voglio nutrirmi? Vi invito a rifletterci su. Vi invito a guardare quegli strati della sfocatura che affermano 'si fa così' solo perché hanno mutuato un modello dalla narrativa, dalla fantascienza, dai fumetti o da qualche cantautore. Se guardate bene ne troverete un bel po'. Troverete strati di sfocatura nutriti da tradizioni, abitudini e tendenze millenarie che distruggono l'individualità delle persone e che nessuno ha il coraggio di cambiare perché dentro qualcosa dice che si è sempre fatto così. E il 'si è sempre fatto così' a mio parere, oggi, è il motivo di tanta mancanza di inventiva, di genio e di creatività. Il 'lo fanno loro, devo farlo anch'io' è penetrato a fondo nella coscienza, così a fondo che oggi non si osa più pensare di potersi nutrire di qualcosa di differente da ciò che ci viene proposto dai canali 'ufficiali' e quindi di poter agire, pensare e creare in maniere differenti da quelle proposte dalla 'cultura' - anche purtroppo quella della cosiddetta spiritualità. Allora a un certo livello di coscienza ci deve risultare chiaro che niente di quello cui ci esponiamo può più essere preso sotto gamba. A un certo livello di coscienza tutto ciò che incontreremo ci mostrerà il suo vero scopo, non lo scopo di facciata, non la patina, ma il suo vero motivo di esistere e il suo vero messaggio. E magari un giorno sceglieremo di smettere di prestare attenzione a qualcosa che fino a poco tempo prima ci appassionava, ci avvinceva e ci teneva incollati alla tv o alle pagine di un libro, perché ne vedremo il vero senso (e molto spesso questo senso non ci piacerà). Magari a un certo punto sceglieremo di nutrirci di qualcos'altro, qualcosa che avremo veramente scelto.

 

martedì 17 gennaio 2017

Sul materializzare

Parecchi anni fa lessi il mio primo libro in inglese su quello che, solo parecchio tempo dopo, sarebbe diventato il tormentone della cosiddetta 'legge di attrazione'. Come forse pochi sanno, quel filone si originò negli Stati Uniti da un confluire di teorie diverse sulla realtà basate quasi tutte su un messaggio che potremmo definire pseudo-religioso. C'era il New Thought, la Divine Science, la Christian Science e tanti altri movimenti del genere che, basandosi chi più chi meno sullo studio e la libera interpretazione della Bibbia e di altri testi sacri arrivavano a formulare alcuni principii che poi sono degenerati in quella che oggi chiamiamo 'legge di attrazione'. Ma in realtà all'epoca questi pensatori, mistici e metafisici erano un po' più radicati nella sostanza spirituale che in quella materiale, meno preoccupati di ammaliare un pubblico e di vendere libri, e leggendo molti di quei testi (quasi nessuno dei quali disponibile in italiano, purtroppo) ci si accorge di come l'enfasi non fosse posta tanto sul materializzare quanto sul costruire uno stato di coscienza che fosse radicato nella fede e nello spirito.  Con tutti i loro innumerevoli difetti tutto sommato questi pionieri della cosiddetta legge di attrazione avevano comunque illustrato bene alcuni modi e pratiche della riprogrammazione della mente e alcune vie per connettersi con "qualcos'altro", ottenendo molto spesso anche dei risultati incredibili proprio in termini di materializzazione e guarigioni. Iniziai a studiare questo materiale quando conobbi un certo 'ministro' di queste strane e originali chiese americane. Era appunto un 'ministro' della Divine Science, che molto molto gentilmente visto il mio interesse a queste materie, volle regalarmi gratuitamente alcuni testi che ancora conservo gelosamente. Truth and Health di Fannie B. James, Divine Science di autori vari e Faith and Works di Helen Zagat. Sono testi in parte ingenui e in parte molto potenti come è stato tutto quel movimento (che ancora continua per quanto ne so dal mio amico Paxton Robey). Ingenui come tutto il movimento della legge di attrazione e del controllo della realtà, poichè cercavano di veicolare il messaggio che l'essere umano può tutto, e può tutto attraverso la fede in Dio, come se la fede costringesse Dio a darci quello che vogliamo (e Dio non è un cameriere, ci ricordava Hew Len insegnante di Ho'oponopono tanti e tanti anni fa).  Ma, ahimè, a me risulta che non possiamo tutto. Lo dimostra la percentuale bassissima di coloro che riescono ad 'attrarre' davvero o a guarire qualche malattia nonostante tutti gli 'sforzi' che fanno. Eppure questi libri sono anche molto potenti perchè nascondono alcuni segreti del controllo della coscienza, se capiamo esattamente cos'è che ci permette poi di funzionare a livello della coscienza. Dopo 23 anni di prove ed errori penso di aver capito qualcosina in più di quando ho iniziato, certo non ho esaurito le mie ricerche, ma qualcosa credo di averla intuita (a giudicare dai risultati avuti nella realtà). In primis dobbiamo aver ben presente il concetto di sfocatura inconscia - o se volete chiamatelo pure karma (che per me sono la stessa identica cosa). Questo non è mai approfondito nei libri sulla legge di attrazione nè sui testi di divina scienza. Al massimo viene consigliato di abbandonare tutto il proprio pensiero negativo (cosa che comunque è basilare per iniziare a crescere in direzione dell'espansione della coscienza) e di riprogrammare la mente con affermazioni 'positive'. Ma lavorare con il subconscio o con il cosiddetto karma non è così semplice se non ci si rende conto che abbiamo a che fare con un altro 'noi-dentro-di-noi' che si opporrà strenuamente a questo lavoro. Questo è un fatto noto anche in altre tradizioni. Nello Yoga Vasistha si legge ad esempio:


"Rama chiese:
O Signore, se le tendenze latenti portate dalla nascita passata mi spingono ad agire nel presente, dov’è la libertà d’azione?”
Vasistha rispose: “Rama, le tendenze portate dalle incarnazioni passate sono di due tipi: pure ed impure. Le pure ti conducono verso la liberazione e le impure invitano problemi. Tu sei invero la coscienza stessa, non la inerte materia fisica. Non sei spinto all’azione da null’altro che da te stesso, perciò sei libero di rafforzare le pure tendenze latenti in preferenza a quelle impure. Le impure devono essere abbandonate gradualmente e la mente allontanata da esse poco a poco, cosicché non ci sia reazione violenta. Incoraggiando le buone tendenze ad agire ripetutamente, rafforzale. Le impure si indeboliranno con il disuso. Quando così avrai sopraffatto la forza delle tendenze negative, allora dovrai abbandonare persino quelle positive. In questo modo sperimenterai la Verità Suprema per mezzo dell’intelligenza che sorge dalle buone tendenze."
"Le impure dovranno essere abbandonate gradualmente per non generare resistenze", che è appunto ciò che accade quando si inizia a lavorare con affermazioni, meditazioni e quant'altro. Inoltre è quasi completamente ignorato un fatto che oggi fra alcuni ricercatori è diventato molto chiaro. Sembra che il cosiddetto karma negativo, le sfortune e le situazioni di sofferenza, contengano una lezione da apprendere, qualcosa che se non integrato si protrarrà a tempo indefinito e, per chi ci crede, nelle vite successive. 
"La vita, qui in questo mondo, è un’evoluzione e l’anima cresce con l’esperienza, sviluppando attraverso di essa questo o quell’aspetto nella natura; e se vi è sofferenza è proprio per fare questa esperienza, non per un giudizio inflitto da Dio o dalla Legge Cosmica per gli errori o le cadute che, nello stato d’ignoranza, sono inevitabili. Considerare l’idea della rinascita e le circostanze della nuova vita come una ricompensa o una punizione di meriti o di demeriti è una rozza idea umana di “giustizia”, assai antifilosofica e antispirituale e che distorce il vero scopo della vita. "
Sri Aurobindo

Siamo dunque proprio così convinti che sia sufficiente abbandonare il pensiero negativo, o riprogrammare il cosiddetto subconscio per 'liberarsi' di un problema? Io no.
Un altro fatto poco noto è che non si possono predire i tempi di attualizzazione di una materializzazione. Per alcuni ci potrebbero volere anni, per altri mesi, per qualcuno solo poche settimane. Dipende dalla quantità di sfocatura stratificata nell'inconscio e dall'intensità del lavoro che viene portato avanti. Un altro problema è poi costituito dal fatto che molte delle cose che vogliamo non sono le nostre. Questo è un altro punto in cui le varie diramazioni della legge di attrazione e del 'tu puoi avere tutto', si perdono completamente. Se non si fa un lavoro consistente di pulizia e se non si coltiva quella che chiamo intensità, non è affatto possibile vedere quanto molte delle cose che diciamo di volere siano in realtà desideri di altri che si stanno esprimendo attraverso di noi. Oppure non è possibile accorgersi che ciò che vogliamo lo vuole quel bambino di 3 anni frustrato e deluso dai genitori o lo vuole quella parte di noi che cerca vendetta e rivalsa sul mondo, sugli uomini, sulle donne, sulla maestra di terza elementare e così via. Gli insegnamenti sul materializzare mettono molto poco l'accento sull'autoconoscenza e sul capire perchè vogliamo ciò che vogliamo. In questo forse la Divina Scienza e le filosofie simili del passato erano state un po' più accorte, parlando spesso di rimettere tutto nelle mani di Dio e lasciare con calma che le cose andassero per il verso giusto (che è quasi sempre un ottimo atteggiamento). 
Ci sono poi un paio di  aspetti che mi preme sottolineare e che raramente ho visto menzionati in un testo di questo genere. L'energia e la mente quieta. Affinchè i pensieri si materializzino e tendano a piegare la realtà e a modificare il corpo abbiamo bisogno di coltivare una mente serena innanzitutto. Ma questo non è un lavoro di un'ora o due al giorno. Dev'essere fatto 24 ore al giorno, ogni momento, senza pause. Dobbiamo avere il controllo totale e incondizionato dei nostri pensieri e delle nostre emozioni. Se vi sembra esagerato vuol dire che non avete idea di come e quanto la sfocatura vi stia influenzando, danneggiando,  limitando, e quanto vi sospinga verso la malattia, il fallimento. Non avete idea di quanto i pensieri disordinati, il lamento, il gossip, le emozioni incontrollate e in generale il disordine interiore stiano disperdendo il vostro Qi, la vostra energia vitale. Credete siano solo pensieri e chiacchiere, pensate sia solo un'ora di tv, un po' di lettura di giornali vari, pensate siano solo quattro chiacchiere fra amici. Ma ogni azione nel mondo là fuori ci sottrae energia, poichè rivolge e aggancia la nostra attenzione là fuori e a quel punto, identificati totalmente con il là fuori, perdiamo ogni potere, ci viene sottratta ogni intensità. Abbiamo energia solo e soltanto se impariamo a fare silenzio, solo e soltanto se riusciamo mantenere questo silenzio il più a lungo possibile. Allora i nostri pensieri saranno potenti in ogni senso.
Dobbiamo inoltre essere in grado di desiderare senza attaccamento. So che sembra un controsenso, ma un'intenzione è tale solo se siamo realmente disposti  ad accettare che il nostro obbiettivo possa non realizzarsi mai. Questo ci dà pace e rende lo 'sfondo' della nostra consapevolezza molto più pulito. 'Volere senza volere' e 'fare senza fare' non sono solo due concetti filosofici, bensì precisi movimenti della coscienza. Il lavoro interiore dovrebbe portarci a uno stato in cui arriviamo a capire che nulla e nessuno là fuori ci potrà rendere pieni e felici e cominciamo a sentire la "gioia senza cause". Allora saremo capaci di desiderare senza attaccamento, senza delegare cioè al nostro desiderio tutto il potere di renderci felici. 
Un'ultima cosa che, per quanto antipatica, sono costretto a ricordare (a voi e me, visto che a intervalli più o meno regolari tendo a dimenticarlo) è che attrarre cose e migliorare la propria condizione in questa realtà, cambiare la propria situazione 'karmica', ha molto, moltissimo a che fare con il dar via una certa quantità della nostra importanza personale. Se dovessi indicare un'unica scorciatoia per arrivare al reale miglioramento delle nostre condizioni di vita, piuttosto che suggerire dei libri da leggere o dei 'maestri' da seguire suggerirei di assumere questo atteggiamento: rinunciare alla nostra importanza personale. Per chi ha già attivato una resistenza e si stia domandando come si possa mai fare, ecco qui alcuni indizi dai quali partire:

- Rinunciate a difendere a spada tratta le vostre opinioni
- Rinunciate a a voler avere sempre ragione
- Rinunciate a credere di sapere ciò che è meglio per voi
- Rinunciate a credere di sapere cos'è meglio per qualcun altro, per il mondo, per la società
- Rinunciate al vostro vantaggio personale in favore di qualcun altro
- Rinunciate a voler parlare di voi stessi e dei vostri problemi per un periodo tra i sei mesi e un anno
- Rinunciate a voler ricevere approvazione da chiunque per un periodo fra i mesi e un anno
- Tacete il più possibile
- Rinunciate a tutti i 'se' e a tutti i 'ma'
- Abbandonate tutti i 'devo'
- Rinunciate a disegnarvi migliori di quello che siete
- Rinunciate a tutti i personaggi che mettete in scena ogni giorno 
- Fate più per gli altri che per voi stessi
- Ascoltate più di quanto parliate (misurate in ore, non barate)
- Rinunciate a tutti i vostri principii spirituali e a tutto quello di cui credete di essere esperti (è l'ego a credere di essere maestro di qualcosa)
-Abbandonate per sempre le definizioni che date al mondo, alle persone, alla politica, alla cultura, all'arte, e provate a vivere da un punto di vista senza definizioni. Apritevi a ciò che è e non a ciò che credete debba essere.

Che possiate trovare tutto quello che realmente cercate, abbracciando il vostro flusso.



mercoledì 11 gennaio 2017

Zhineng Qigong, Ooi Kean Hin, E-Therapy, consigli

Da diversi anni ho scelto di concentrarmi principalmente sullo studio e sull’insegnamento del Zhineng Qigong per quanto riguarda il lavoro sull'energia, avendo trovato tutti gli altri sistemi (tanti, troppi) che avevo studiato e praticato, incompleti, approssimativi, a volte pericolosi, con risultati altalenanti e forse alcuni anche poco onesti. Uno degli aspetti del Zhineng Qigong che amo di più è la sua totale mancanza di mistero, misticismo spicciolo e il suo dedicato pragmatismo. Ooi Kean Hin è uno degli insegnanti che sta cercando di dimostrare scientificamente gli effetti del Zhineng Qigong e del potere della coscienza, unendo la pratica dei metodi e lo studio della teoria ad una attenta sperimentazione. Una delle cose più incredibili che sta facendo al momento è l’implementazione di e-therapy. Nella teoria olistica Hunyuan si afferma che l’informazione (pensieri-emozioni) può essere convertita in energia e può influenzare la materia. La coscienza è un tipo di informazione e in questo processo può essere diretta a provocare o influenzare una trasformazione o una guarigione. La cosa spettacolare di E-Therapy è (almeno da quanto posso averne capito) che il tutto viene fatto tramite dei files mp3 registrati da un praticante esperto di Zhineng Qigong che si concentra sulla foto di un paziente, ricevendo informazioni sul suo stato di salute attraverso l’uso delle sue capacità extrasensoriali e inviando informazioni, sempre a distanza, per la guarigione. Questo sta producendo effetti impensabili e profondi su patologie come l’autismo e la sindrome del disturbo grave dell’attenzione. Il trattamento viene fatto inviando questo file al suo paziente che inizia ad ascoltarlo in loop durante la giornata. Ora Ooi Kean Hin specifica chiaramente nell’articolo
che questi sono risultati che solo un praticante molto allenato e in grado di focalizzarsi completamente (e quindi spegnere ogni altro pensiero) può sperare di ottenere. Solo una pratica dedicata dei metodi e uno studio profondo e attento della teoria olistica Hunyuan del Zhineng Qigong possono portare a dei risultati tangibili e replicabili. Questo dovrebbe farvi sorgere una domanda. Quando ci diciamo convinti che la nostra mente influenza la realtà, la mia domanda (la stessa che ho posto a me stesso migliaia di volte) è “quanto siete in grado davvero di gestire la votra mente e la vostra concentrazione?” Perchè questo è un prerequisito basilare senza il quale siamo solo nel campo della chiacchiera. Una delle cose che personalmente contesto a quasi tutto il marasma di corsi e terapie energetiche che imperversano sul mercato è questa faciloneria del ‘puoi averlo in due giorni, un week end e prendi il diploma’. Puoi prendere il primo il secondo e il terzo livello in una settimana e sei operatore, insegnante, maestro. Ma un allenamento mentale efficace non può essere raggiunto in due, tre o dieci giorni perchè è il risultato di una pratica costante e continuativa. E una delle cose che mi preoccupa seriamente è proprio questa cultura del tutto subito, questa mancanza di considerazione dell'importanza del fattore tempo, lo scarso valore dato all’impegno, alla coltivazione della tecnica e questa incapacità cronica di condurre indagini in maniera scientifica, sistematica. La capacità di ‘usare’ il qi e dirigerlo non è purtroppo qualcosa di così semplice come insegnato in certe discipline, perchè deve essere allenata e approfondita costantemente con un lavoro (il Qigong appunto) che non è semplicemente un discorso di un’ora, due o tre di esercizi. In un altro messaggio di alcune settimane fa Ooi Ken Hin esponeva le sue considerazioni sul fatto che i risultati (guarigioni, capacità paranormali) non arrivino per molti praticanti di Zhineng Qigong perchè non hanno ancora compreso che le due\tre\sei ore di pratica possono servire a generare quella quiete, quell’energia, quella concentrazione e quella centratura che però poi dovrebbero essere trasferite e mantenute nella vita reale di tutti i giorni. Dovremmo mantenere la nostra quiete per 24 ore su 24 perchè 8 ore di pratica non possono nulla contro le restanti 16 di squilibrio e pensiero casuale. Mille ore di pratica non possono nulla se non impariamo a gestire le nostre emozioni e i nostri pensieri. C’è una pratica ad occhi chiusi (le forme, le statiche, le accovacciate, le meditazioni, il lavoro sulle membrane e sulla lombare e tutto il resto che facciamo nel Zhineng Qigong) e c’è una pratica a occhi aperti, che è importante tanto quanto l’altra, ed è il modo in cui integriamo i principii del qigong nella nostra vita reale, il modo in cui diventiamo persone migliori e utili al mondo e alla società. Anche da questo dipende il livello della vostra pratica e questo non può darvelo nessun corso di un fine settimana, nessuna attivazione o strana apertura di canali energetici. Nessun diploma vi porterà a sperimentare Yiyuanti (ciò che realmente siete) nella sua piena estensione. Per arrivare ad avere risultati con il Qigong occorre disciplina, fede, dedizione, sforzo e volontà. Questo significa dedicarsi alla causa, una causa che molti abbandonano quando vedono che il Zhineng Qigong non è solo bei movimenti esotici da mezz'oretta al giorno, ma impegno integrale e fondamentalmente trasformazione di sè stessi. Abbiamo perso la cultura del lavorare duro e del coltivarsi per avere risultati, vivendo in un periodo molto new age dove ancora si vendono prodotti che affermano che basta visualizzare per guarire e che sia sufficiente chiedere al cosmo per ottenere quello che vogliamo. Io sono dell’opinione che una delle differenze fra chi cambia davvero e risolve e chi no, sta proprio nella determinazione a trasformare integralmente la propria esistenza, ogni anfratto del proprio carattere, ogni punto cieco dei propri pensieri, ogni egoismo, ogni stortura, e dedicarsi anima e corpo al cambiamento di sè. In questo processo il Zhineng Qigong è, ad oggi, il miglior percorso che conosco, il più completo, il più economico, il più potente.
Per parafrasare ancora Ooi Kean Hin:
Il nome “Zhi Neng” implica che è una pratica per guadagnare saggezza. In effetti questo è lo scopo di tutte le forme più comuni di qigong. La guarigione e le abilità paranormali sono solo una parte incidentale della pratica, un effetto collaterale.

domenica 8 gennaio 2017

Il silenzio mentale, la necessità di una pratica

Finchè rilasciamo emozioni di superficie possiamo senz'altro sentirci meglio, destrutturare le parti più visibili della personalità. Possiamo guadagnare un certo controllo su alcune delle nostre abitudini e tendenze. Potremmo sperimentare 'lampi' di coscienza espansa con una pratica costante.
Dopo circa 10 anni di lavoro tuttavia ho capito che se il rilascio delle emozioni è in effetti abbastanza semplice, quello dei 'pensieri' non è così ovvio. Se al rilascio delle emozioni non viene associata un'attività integrativa la pratica rischia, per alcuni (e sottolineo solo per alcuni), di rimanere a un livello troppo superficiale e di non portare mai un cambiamento definitivo. Se il 'lavoro' diviene la parte centrale della nostra esistenza, allora abbiamo necessità di una pratica dedicata, costante, e di un tempo di pratica sempre più lungo. So già come questo suoni impopolare, e sento già le risposte di tutti quelli che "la mia vita è troppo impegnata" e "non ho tutto questo tempo", eppure sono convinto che il tempo lo si possa sempre trovare e che questa del "non c'è tempo per il lavoro interiore" sia un'altra delle mille modalità nelle quali l'ego cercerà sempre di camuffare se stesso per evitare un cambiamento. Già togliendo mezz'ora a facebook e al telefonino ad esempio, guadagniamo mezz'ora di pratica. Per chi ha questo tipo di resistenze poi, ricordo che lo scopo primo della pratica sia quello di essere portata nel mondo reale, praticando 24 ore su 24, altrimenti non esiste lavoro sulla sfocatura ma soltanto qualche (comunque utile) momento di rilassamemto. Ma per portare il lavoro nella realtà abbiamo bisogno di una palestra, un esercizio più intenso che sorregga l'attività di consapevolezza nel quotidiano. L'attività che consiglio è il "silenzio interiore". Mettiamola così, non otterrete il silenzio interiore prima di diversi anni di questa pratica (quindi il titolo è una promessa, un obiettivo e un memento su quello che stiamo cercando). La pratica è estremamente semplice. Vi sedete e iniziate a osservare il flusso dei pensieri, guardandoli con la precisione di un laser e poi sganciandovene. Guardate i pensieri e lasciateli andare, uno per uno. Non credete a nessuna delle storie che essi raccontano. Lo fate per mezz'ora al giorno, tutti i giorni, in qualsiasi condizione psicofisica siate. Un altro modo di descrivere questa pratica vitale lo trovate nel libro "il mezzo più diretto e rapido per l'eterna beatitudine" disponibile in rete.

"Chiudi gli occhi. Rilassa il corpo. Ora ignora il tuo corpo. Lascia andare tutti gli sforzi. Lascia andare tutto il senso di dover fare qualcosa, come se non ci fosse niente che devi fare e niente cui devi pensare. Lasciare andare tutti gli sforzi significa lasciare andare tutta la volontà e tutti i
desideri, come se non ci fosse niente che debba essere compiuto o cambiato. Lascia andare. Rilassati. Lascia andare di più. Rilassati di più. Vedi fin dove è possibile lasciarsi andare. Lascia andare tutti i pensieri. Lascia andare tutti i sentimenti. Lascia andare tutti gli sforzi. Lascia andare tutto, tranne la tua consapevolezza. Qualsiasi pensiero, percezione, immagine o sentimento sorga, lascialo andare non appena si presenta, o addirittura prima che si presenti. Non seguire i pensieri, come se non avessi alcun interesse per essi. Lascia andare tutte le tue percezioni come se non avessero nulla a che fare con te. Continua a rilassarti sempre di più. Per tutta la sessione di pratica lascia andare di più, poi lascia andare ancora di più e col proseguire della sessione di pratica osserva quanto è possibile lasciar andare. Rilassati completamente. Lascia andare totalmente. Abbandona tutto tranne la tua consapevolezza. Lasciare andare è cedere, rinunciare completamente. Lasciare andare è arrendersi completamente. Lasciare andare è rilassarsi completamente. Lasciar andare è liberarsi completamente. Lasciare andare è lasciare andare tutti gli sforzi e tutti i pensieri. Lasciare andare è lasciar andare tutti i sentimenti, i  desideri e le immagini. Lasciar andare è lasciar andare tutto, tranne la tua consapevolezza. La differenza tra cadere nel sonno e Il Metodo dell’Abbandono, del Lasciare Andare è che quando ti addormenti tu lasci andare tutto compreso la tua consapevolezza, mentre nel Metodo dell’Abbandono, del Lasciare Andare, tu lasci andare tutto, tranne la tua consapevolezza."

Dovete farlo a lungo e con consistenza. Questa pratica vi aiuterà a costruire una capacità di concentrazione e una energia che si rifletterà su ogni vostro rilascio amplificandone la portata e, incidentalmente, farà anche un'altra cosa. Col tempo porterà fuori gli strati più profondi della sfocatura, le storie antiche e antichissime, i residui della genealogia nel vostro inconscio e le cause dei vostri problemi. Mi preme sottolineare che se non avete la capacità di fermare la vostra mente e dirigerla, il vostro lavoro interiore rimarrà sempre a un livello superficiale. La pratica del Qigong o di qualunque altra disciplina rimarrà a un livello molto superficiale. Non potrete sviluppare energia a sufficienza. Questa pratica col tempo vi aiuterà a vedere i treni di pensiero inconsci sul nascere, vi metterà in grado di percepire quelle piccole emanazioni sotterranee che vi spingono sempre sulle stesse linee di vita. Le inizierete a vedere dai loro primi vagiti e non ne sarete più coinvolti. Questa pratica col tempo vi porterà al silenzio interiore e a quel punto probabilmente incontrerete anche la vostra vera voce.