mercoledì 23 novembre 2016

Yiyuanti, sistemi di riferimento e la pratica del Zhineng Qigong

Secondo la base teorica del Zhineng Qigong, Yiyuanti, il vero sé, l'essenza di ciò che siamo, è mascherato da tutto quello che abbiamo ereditato e introiettato attraverso le innumerevoli interazioni con il mondo esterno e con le persone. Queste interazioni creano e solidificano in noi quello che nella teoria olistica Hunyuan viene chiamato 'sistema di riferimento', assimilabile in tutto e per tutto a quello che io chiamo sfocatura nel 'piccolo libro della centratura'. Secondo la teoria olistica Hunyuan le credenze e le convinzioni strutturate nel tempo distorcono Yiyuanti, la nostra coscienza, al punto tale da deformare progressivamente il corpo, la mente e la vita, creando patologie e abitudini che alla lunga scambiamo per leggi naturali, ma che di naturale non hanno nulla. Arriviamo fino al punto in cui la struttura di riferimento diviene il nostro padrone, con il quale ci identifichiamo e ci dimentichiamo che il vero padrone è Yiyuanti, il nostro vero sé. Alcune di queste convinzioni sono estremamente radicate nel sistema di riferimento, al punto tale che risulta impossibile liberarsene senza un preciso lavoro su di sé, che è fondamentalmente lo scopo ultimo della pratica del Zhineng Qigong.

“ [..] ad esempio la credenza che ci si debba nutrire per sopravvivere è una convinzione e non una legge. La teoria olistica Hunyuan afferma che, proprio come la vita può usare materia visibile per mantenere se stessa, così può usare energia invisibile (Qi). Le persone hanno naturalmente sviluppato una dipendenza dal cibo e così questa è l'impressione depositata nel sistema di riferimento [...] esistono persone che non hanno mangiato per decine di anni che vivono vite normali e hanno figli.”

(Pang Ming, Teoria olistica Hunyuan)


Un esempio su tutti è l'approccio al dolore durante la pratica. Normalmente la convinzione è che, se fa male, il dolore andrebbe lenito, curato, evitato, alleviato. Per il Zhineng Qigong invece il dolore è importantissimo, poiché diviene il 'maestro' che guida la mente a rimanere concentrata proprio lì dove 'fa male'. Quel dolore indica che il Qi e il sangue stanno affluendo nella parte 'malata', stanno riempiendo un punto dove il Qi è bloccato, e stanno iniziando a reagire per rimettere a posto. Se l'energia va dove va la mente, addestrarsi a rimanere lì dove fa male, costringe anche il Qi a viaggiare verso quel punto, e se facciamo questo, se manteniamo l'attenzione all'interno per tutto il tempo specialmente dove fa male, l'energia da dentro inizierà a correggere imperfezioni, blocchi, malattie e disturbi psicologici costringendoci a fare un lavoro su noi stessi attraverso la risorsa più importante che abbiamo: il corpo. Il metodo Yin è un altro modo di applicare lo stesso principio, un campo di attenzione Yin portato nei punti dove fa male, o dove le emozioni negative sembrano insormontabili inizia una trasformazione integrale che può portare fino alla completa decostruzione di interi 'capitoli' della nostra somatizzazione biologica. Ma il lavoro va fatto nel corpo. E' inevitabile. Pensare di poter destrutturare una sfocatura solo con un lavoro mentale è il più grande degli inganni, così come pensare di poterlo fare senza disciplina sistematica, senza consistenza. Una struttura di riferimento (sfocatura) impiega anni a costruirsi e a solidificarsi, ed ha, secondo la teoria olistica Hunyuan una sua propria massa e consistenza, è a tutti gli effetti 'materia' condensata nel Qi del sistema nervoso centrale. I metodi mentali possono avere degli effetti nel distanziarsi, nell'escludere il dolore dalla propria coscienza, possono aiutare a concentrarci meglio e più a lungo e portarci anche a stati di coscienza superiori. Ma, come più volte ripetuto anche da Mere che dedicò tutta la sua vita a questo lavoro, questi metodi possono essere delle fughe molto pericolose e non portare mai a una vera trasformazione. E' nel corpo che si compie la sfida definitiva, ed è proprio nel corpo che abbiamo il compito di portare la coscienza, fino a livello cellulare, per fonderla con la materia, e lì in quella discesa, incontrare il nostro sistema di riferimento inconscio per correggerlo. Questo è il senso dello spiritualizzare la materia. E il Zhineng Qigong ad oggi è il migliore approccio che conosco per portare questo lavoro alla portata di chiunque.

martedì 15 novembre 2016

Di spilli magnetici, stati di concentrazione e del perchè (forse) Zeland ha ragione

La realtà, come la spiritualità, è tutta un raccontare storie, alcune vere altre inventate. E queste storie che raccontiamo o ci facciamo raccontare pongono quesiti, disegnano universi e tracciano limiti visibili e invisibili fra ciò che esiste e ciò che non esiste, limiti a volte davvero evanescenti.  Accade poi che ogni tanto scopriamo che alcune di queste storie sono proprio vere e allora ci chiediamo: quante altre di quelle storie che raccontano là fuori su ciò che è la spiritualità e l'invisibile saranno vere? Abbiamo bisogno di prove, di fatti incontrovertibili. Per capirlo abbiamo bisogno di esperienza, abbiamo bisogno di esperimenti ben riusciti. Una delle storie che penso da sempre essere reale è proprio quella raccontata da Zeland sull'intenzione esterna, quella particolare disposizione interiore che tende a far accadere eventi all'esterno partendo da un moto interiore. Ne avevo già avute tante prove dirette nella vita e nel lavoro. Avevo ricevuti infiniti regali. Ma un conto è vedere l'intenzione esterna agire lungo una linea di vita distribuita in anni, e un conto è vederla agire sul momento (un po' come accade a Luke Skywalker nelle paludi di Dagobah con il maestro Yoda). E' proprio un'altra cosa. Mi trovavo a Como in un bellissimo e faticosissimo intensivo di Zhineng Qigong con un maestro cinese, e ci viene proposto un esercizio per dimostrare l'influenza dell'intenzione sulla materia. Prendere dei normali spilli da cucito e renderli magnetici con il pensiero. Ora, essendo io un praticante da anni, ero sicuro (troppo) che per me sarebbe stato banale ed ero convinto che il segreto stesse nella forza del pensiero. Mi ero proprio dimenticato dell'avvertimento di Zeland:



"...Fintantoché insisterete, non darete all'intenzione esterna la possibilità di realizzare il fine secondo la corrente delle varianti [..] perché non si deve lottare col mondo ma si deve semplicemente scegliere al suo interno ciò che si vuole"



E quindi mi ero sovra-concentrato, irrigidito, ero super serio e non è successo niente, né a Como, né a casa nei giorni successivi. Avevo dato a questo esperimento una importanza capitale generando quindi un nulla di fatto. Ma qualcuno c'era riuscito a rendere magnetici gli spilli di ferro. E, chiedendo un po' in giro, la cosa che avevano in comune quelli che c'erano riusciti era questa: nessuno di loro l'aveva presa come una cosa troppo seria, anzi, forse per loro era più un gioco, e sopratutto la mente non era poi così concentrata come ci si sarebbe aspettati di fronte a un esercizio del genere. 
E c'era un'altra cosa che non avevo fatto. Come diceva il maestro Gao, bisognava entrare in uno stato di coscienza che dava per scontato che lo spillo 'fosse già' un magnete. Non stava diventando magnetico. Lo era già. Questo è il succo dell'intenzione esterna. Non è uno sperare. Non è un forse, dopo, chissà. E' un - so che è così -. Allora qualche giorno fa, memore di tutto questo, ho riprovato. Ma prima di riprovare ho cercato innanzitutto a togliere importanza alla riuscita dell'esercizio. Poi mi sono rilassato in uno stato tale che quasi quasi mi addormentavo, uno stato dove ero in grado di vedere bene le immagini mentali e pilotarle. Quindi ho detto (sul serio) "chissenefrega", è un gioco. E ho provato a sentirmi come quando da bambino giocavo ai lego immaginando (e credendo davvero) che fossero dei transformers e rievocando quel senso di totale meraviglia e possibilità. E poi mi sono immaginato di avere fra le dita una calamita. Sulle prime sembrava non accadere nulla... ma poi... poi è scattato qualcosa. Ne ero davvero convinto e ne ero convinto come se fosse una cosa normale, banale. 

"L'intenzione esterna è l'unità di anima e ragione" 

dice saggiamente Zeland. Quando la cosa ti sembra assolutamente normale e non c'è niente dentro che rema contro, allora accade. Ed è accaduto. Gli spilli hanno cominciato ad attrarsi. Ecco quant'è forte la coscienza e quanto è incisivo il potere dell'intenzione. Rimane da dimostrare se l'intenzione esterna abbia davvero questa influenza anche sui macro sistemi oltre che sulle cose 'piccole' e, pur avendone vista l'azione costante e continua sulla mia linea di vita, non posso certo dichiararla un principio universale.
In questo post vorrei solo suggerire qualcosa che manca a molti di noi, l'adozione di un approccio sperimentale. Fate esperimenti. Ottenete dei risultati. E smettete di credere a tutte le storie che vi racconta la 'spiritualità' se non ne avete avuta diretta esperienza.