domenica 17 luglio 2016

Usciamo fuori dal ghetto della spiritualità

Vorrei usare un'espressione presa in prestito da un insegnante a me molto caro, allo scopo di mettere chiaramente il punto su una questione scottante che a me sembra ormai della massima urgenza. E' ora di uscire dal ghetto della spiritualità. La cosiddetta "spiritualità", termine al quale anche io mi sono legato per anni, che include un vastissimo coacervo di tecniche, pratiche e metodi che hanno gli scopi più disparati (e gli esiti più diversi sulle persone), è ormai diventata a tutti gli effetti una moda. Se questo non avesse avuto effetti nefasti su molte delle persone con cui sto lavorando in questo periodo non sarebbe poi un gran problema, potremmo vivercela come qualunque movimento di tendenza, come un nuovo tipo di musica, un nuovo modo di vestire ad esempio. Ma non è così semplice. A me sembra che si sia perso molto del senso di ciò che si cerca, del perché lo si cerca, e dei mezzi necessari per arrivare a ciò che si cerca. Il fatto che mi ha colpito di più però, non è nemmeno questo, quanto piuttosto quel frasario costante con cui i praticanti di qualsiasi percorso (come anche io all'inizio) si esprimono quando interrogati sul senso di ciò che fanno o quando gli viene chiesto di raccontare quale sia il loro percorso. Fioccano allora parole come anima, spirito, sé, angeli, miracoli, amore, karma, alchimia, trasmutazione, presenza, non giudizio, non dualità e così via, parole che in sé per sé non avrebbero niente di pericoloso se solo ci fosse dietro all'uso delle stesse un tentativo di comprensione profonda, di esperienza dei fenomeni connessi a queste parole (a patto che ce ne siano e che siano sperimentabili). Ma mi sto accorgendo invece di come, il più delle volte queste parole vengano impiegate in maniera inconscia, stordente, per accontentarsi di un barlume di concetto dietro al quale non vi è alcuna esperienza viva, e di come vengano ripetute in modo quasi meccanico ogni volta che l'esperienza della vita non risulta comprensibile, o non sia emozionalmente tollerabile. Ecco allora che laddove c'è il dolore, la malattia e la morte, arrivano sempre interpretazioni del perché e del per come quel qualcosa sia accaduto proprio a me, ecco chiacchiere sul karma, sulla reincarnazione, sul 'chissà che ho combinato in un'altra vita per meritarmi questo', su entità, forme pensiero e tutti i tentativi meccanicistici di comprendere fenomeni che, a questo livello di percezione, non sono percepibili. E la spiritualità è diventata per molti un ghetto nel quale rifugiarsi per fuggire dalla vita, troppo confusa, a volte dolorosa e spesso incomprensibile. I tentativi di spiegazione dei fenomeni della realtà, da mere teorie quali sono, spesso diventano intolleranti e incontrovertibili ostentazioni che portano ad allontanarsi proprio da ciò che maggiormente può istruirci sui fenomeni reali ossia la realtà stessa, e da coloro che la pensano diversamente da noi. La vita e il suo fluire sono dimenticate in favore di metafore poco funzionali che tengono occupata la mente e ritardano un sentire profondo che potrebbe, secondo me, essere la vera rivelazione spirituale. Ma questo non ci basta. Vogliamo effetti speciali, capacità paranormali, visione dell'aura e delle vite passate, e lo vogliamo anche velocemente senza la necessaria disciplina che questo comporta. Vogliamo dare ordini a Dio, usare gli angeli per i nostri scopi, e parlare con i maestri ascesi accedendo all'akasha. Dopo tanti, troppi anni passati a nutrirmi di questo genere di informazioni ho iniziato a sentirmi, appunto, stordito. Ad un certo punto della mia vita ho notato che questo aderire ciecamente a quel corpo di credenze che chiamiamo spiritualità, mi stava rendendo sempre meno umano. Ho sentito la vita reale allontanarsi sempre di più, e ho visto aumentare quel senso di superiorità tipico di chi si occupa di queste cose strane, prendere gradualmente piede nelle mie relazioni con gli altri specie quelli che non si occupavano di spiritualità. La mia vita ad un tratto, anni fa, era diventata una banale e noiosa predizione di eventi in base a leggi che ritenevo perfette, immutabili e sempre affidabili. E sebbene molto di quello che accadeva sembrasse davvero soggetto a leggi e principii c'era sempre qualcosa che non si conformava, quell'un per cento, il fattore X. Fu solo quando, dietro suggerimento di una mia insegnante, lasciai andare il tentativo di capire e controllare tutto, che mi si palesò il fatto che, realmente, non sappiamo nulla. Tracciamo mappe ipotetiche di un territorio in continua trasformazione, cercando variabili fisse che non emergono mai. Ci convinciamo di avere delle risposte ma, in realtà, queste risposte non ci sono se non nella nostra testa. Queste presunte risposte nostre o mutuate dagli altri, le chiamiamo spiritualità. Con esse cerchiamo di dare un senso al mistero della nostra esistenza. Ma io comincio a credere che questo mistero, non si possa 'comprendere', ma solo vivere a fondo, sentire. Credo che questo mistero possa solo essere navigato.

"Vi è una sola esperienza. Che cosa sono le esperienze del mondo se non quelle basate sul 'falso io'? Chiedete all'uomo che ha il più grande successo del mondo se conosce il suo Sè. Vi risponderà di no. Che cosa si può conoscere se non si conosce il Sè? Tutto il sapere umano è costruito su queste fragili fondamenta"

(Ramana Maharshi)

lunedì 4 luglio 2016

Sul presente, sull'attenzione e su atma-vichara

Il 'presente' è quella cosa curiosa di cui tutti parlano e che sfugge costantemente a una possibile definizione, il punto focale attorno al quale ruota tutta una serie di insegnamenti, di storie che ci vengono raccontate sulla 'spiritualità'. Il presente si trova dirigendo lo strumento più importante che abbiamo, l'attenzione, su ciò che c'è in questo momento. Credo che l'attenzione sia una tra le più importanti delle nostre facoltà, spesso la meno sviluppata, la meno compresa. Sono cresciuto in una cultura che attribuiva tutta l'importanza alla mente, al fermare la mente, e al controllo delle emozioni, e io stesso ho ritenuto fondamentale capire e spiegare metodi e pratiche che cercassero di risolvere questo dilemma del come uscire dalla mente, dal pensare, dal caos incontrollato della vita psichica. Questo è andato avanti per anni fin quando non ho incontrato alcuni insegnamenti e insegnanti in carne ed ossa che derivavano da Ramana Maharshi, che è stato un genio di rara chiarezza, i quali mi hanno fatto gradualmente 'vedere' cosa fosse davvero questa mente a cui tutta la nostra cultura ascrive una importanza capitale, e cosa fossero davvero queste famigerate emozioni, ossessione dei nostri tempi. Dopo anni di lavoro, di studio e ruminazione, mi si è palesata una difficile verità. La mente non è che un meccanismo, così come la nostra cosiddetta personalità, e le emozioni non sono altro che espressioni fisiche di questo meccanismo. E' un meccanismo antico, certo, e con milioni di piccoli meccanismi segreti, ma di suo, non ha alcuna intelligenza. Tende a replicare ciò che ha appreso ed ereditato un po' qua e un po' là. Ed è curioso quanto poco valore desse Ramana a questo vasto intrico di sottoprogrammi, quanto poca attenzione ponesse su tutto ciò che era il reame della mente, e quanto invece ponesse il fuoco su quella fatidica domanda 'chi sono io?', domanda che costringeva le persone a fare 'attenzione' a questo qualcosa che chiamava se stesso io. E il metodo da lui proposto 'atma vichara', l'auto-indagine, non è altro che un continuo tentativo di dirigere la propria attenzione a questo qualcosa, fino a scoprire cosa davvero questo 'io' sia. Ed è proprio l'attenzione che il presente richiede. Studiando il Qigong mi è stato poi fatto capire che l'attenzione nutre e dà energia a qualsiasi cosa sulla quale essa si focalizzi. Durante i periodi di trasformazione, quando la mente si alterava a causa di qualche lavoro che stavo facendo, mi era fastidiosamente palese che se mettevo l'attenzione sul 'casino', identificandomici, il casino aumentava. Ma mi era fortunatamente stata insegnata questa piccola, semplice pratica, l'atto del chiedermi 'chi sono io?' e dello spostare l'attenzione su quella sottile, fugace sensazione di pura presenza che aveva appreso a chiamare se stessa 'io'. E sentendo 'io' ho sempre trovato solo il presente, questo flusso ininterrotto, questa vastità di esistenza che non era turbata dall'apparente disastro in cui mi capitava di trovarmi. Questa pratica era l'ossatura di quello che Lester Levenson chiamava "rilasciare", un atto interiore nel quale cercavamo di accorgerci che al di sotto di tutta la coltre di ansie, paure, desideri smodati, attaccamenti e avversioni, c'era qualcosa che non era mai toccato da tutto questo. Questa pratica mi ha insegnato ad accorgermi del momento nel quale sorgevano un attaccamento, una avversione e in generale tutti i pensieri: sempre nel momento in cui non guardavo l'adesso. Ogni volta che mi perdevo in ricordi nostalgici, o in futuri artificiali, bastava ricordarmi di chiedermi 'chi sono io', e porre l'attenzione su quella flebile presenza per attutire e spegnere la sete d'altrove alla quale la mente mi sottoponeva. Ed ha funzionato. Sempre. Così ho incontrato il presente. Imparando a dirigere costantemente l'attenzione, a sottrarla dalle mille seduzioni a cui era sottoposta e riportandola costantemente qui, all'io. Man mano che lo facevo ho potuto notare come alcuni tratti disfunzionali di questo meccanismo che chiamiamo la personalità, abbiano negli anni perso intensità, fino a sparire del tutto. Altri sono sopravvissuti ma gradualmente si stanno arrendendo al fuoco dell'attenzione focalizzata.  E man mano si è fatta spazio quella sensazione di equanimità, come risultato di questo lavoro, quella sensazione di vastità, di mancanza di limiti che andando avanti si rivela il più prezioso dei consiglieri, il più amorevole degli alleati. E ho finalmente fatto pace col fatto che forse questa 'cosa' chiamata ego o personalità, non morirà mai davvero del tutto, e non è detto che debba farlo. Ho rinunciato all'ansia di uscirne a tutti i costi, sostituendola invece con una semplice constatazione: non è importante essere perfetti, o essere diversi da quello che si è, ma è infinitamente più importante non credere ciecamente di essere solo quello.

"Non rinunciate al karma. Non potreste farlo. Rinunciate invece all'idea di essere l'autore delle vostre azioni. Il karma continuerà automaticamente oppure vi abbandonerà. Siete sempre nel Sè, con o senza karma" 

- Ramana Maharshi-