venerdì 29 aprile 2016

Yiyuanti, i limiti, la realizzazione personale

Yiyuanti è una parola cinese, coniata da Pang Ming (ideatore del Zhineng Qigong) per definire un particolare 'stato' trascendente. E' uno stato di assenza di mente e contemporaneamente di espansione nel tutto. E' usata per indicare sia l'energia della mente che tutto permea, sia lo stato necessario a percepire questa espansione e connessione. Incidentalmente lo stato 'Yiyuanti' passa per la graduale e progressiva rinuncia a tutto il proprio pensare compulsivo. In quello stato di assenza di mente possiamo dare dei comandi a Yiyuanti, qualsiasi comando, affinché realizzi qualunque nostro bisogno e desiderio, nel fisico e nel mondo. Quando questo non si realizza significa unicamente che il lago della nostra mente non è abbastanza calmo.  Quindi il lavoro principale non sta tanto nel 'chiedere' quanto nel 'togliere' immondizia e trovarci gradualmente fuori dal pensare compulsivo e dai tentativi di controllo. Questo è uno degli scopi più alti della pratica del Qigong, ma anche di una pratica spirituale qualsivoglia. Nel crescere si realizza la potenza del proprio pensare e la necessità totale di tenere sotto controllo ciò che entra ed esce dalla nostra testa. Ogni voce, ogni suono, ogni emozione, dentro allo schermo proiettivo di Yiyuanti può virtualmente modificare la realtà in una o nell'altra direzione. Quando Yiyuanti inizia a funzionare saremo tentati di pilotare la realtà a nostro esclusivo favore, a chiedere cose per noi che ci possano rendere felici. Questo è l'inizio del 'lato oscuro' mirabilmente descritto nella saga di Star Wars. E per un po' accadrà che avremo delle cose che ci faranno sentire soddisfatti, potenti, ricchi. Per un po'. Poi col tempo capiremo che forse pensare solo a noi stessi può non essere così soddisfacente come pensavamo e inizieremo a espandere la nostra capacità di aiutare altri. E' così che si diventa terapeuti, insegnanti e guaritori. E' così che ci si accorge che dare agli altri è un  modo nettamente più soddisfacente di usare Yiyuanti, la verità di ciò che siamo.  Questo atteggiamento, col tempo, tenderà ad allentare le morse dell'ego, la tendenza ad essere centrati solo su noi stessi e a considerare la realtà da un unico punto di vista. Questo accade ogni qualvolta ci mettiamo a servizio per aiutare disinteressatamente qualcuno. E questo genera apertura e connessione ancora maggiori con Yiyuanti, genera una energia nettamente superiore. Per aprirsi davvero all'energia è necessario fare per gli altri, e farlo in maniera del tutto spontanea, disinteressata, e priva di attaccamento ai risultati. Per aprirsi maggiormente a Yiyuanti occorre rinunciare a tutti i nostri limiti e a ciò che crediamo di essere o volere. E, credetemi, non è così semplice farlo, perché quei limiti sono l'identità a cui siamo affezionati e ce la metteranno tutta per sopravvivere. Ma col tempo e con la pratica la mente inizierà a calmarsi, e inizieremo a percepire desideri più sani, reali. Prima di avere un desiderio davvero sano, ispirato dal sé, occorrerà aver smesso di nutrire un migliaio di desideri insani, piccoli, egoistici ai quali davamo tantissima importanza. Yiyuanti ha una sua saggezza intrinseca che non dipende e, anzi, è impedita dalla personalità e del pensare. Tutto ciò che serve viene recapitato se smettiamo di agitare le acque. Occorre un unico pensiero lucido privo di dubbi, e un pensiero del genere non può che essere frutto di un lungo lavoro di sgrossatura del superfluo e di ciò che rema contro. E ad un tratto ci si troverà differenti, più espansi, più larghi, con più 'cose' nella vita, comprese molte di quelle che volevamo, ma anche con meno desideri prodotti dall'ego e dalla sua sete insaziabile di cose nel mondo. D' un tratto ci si troverà sazi. E ciò che ci avrà saziato non saranno le 'cose' del mondo, delle quali avremo sempre meno bisogno, ma la sensazione perenne di pace, la netta impressione di essere uniti a qualcosa di molto più vasto di noi, qualcosa che è noi e contemporaneamente non-noi. Questo è per me il senso di una pratica spirituale, e questa per me è la vera realizzazione personale.



domenica 17 aprile 2016

Quando la realtà ti provoca

Uso il mondo come un esercizio continuo. Vedo le reazioni delle persone alle cose che accadono e ascolto i loro riverberi dentro di me, sento le loro voci diventare la mia, e le loro guerre diventare qualcosa di personale, che mi riguarda. Mi sento spinto a dire, a reagire, a esprimere un'opinione, a fare, a schierarmi. Lo sento. Ascolto il vento delle emozioni che mi trascina. Ogni tanto appare qualcuno là fuori che rappresenta qualcosa di me che non vedevo da tempo, un vecchio nemico, il bisogno di approvazione. Credevo di esserne fuori ormai... non ne ero già fuori? Sì?? Pensavi di aver finito di lavorare? Pensavi di essere arrivato chissà dove? Ma non lo sai che la sfocatura ha milioni di strati? Non lo hai ancora capito che ogni strato della sfocatura è uno strato di auto-inganno e che ogni volta penserai di avercela fatta e di esserne uscito? Già... ogni volta che ti sembra di essere arrivato in cima appare qualcuno che ti dà un calcio e ti butta giù, e questo è quello che fa la sfocatura. E' l'allenatore. E' il caporale esigente. E ogni volta si rilascia, si trasforma e si risale. E' il mio lavoro. E così è il mondo là fuori, inerziale, mosso dall'inconscio e dalle sfocature individuali e collettive. Così è l'esterno, una marionetta i cui fili invisibili stanno nel non visto, nel non curato aspetto di ciascuno di noi. Quindi mi ricordo la prospettiva. Faccio nuovamente attenzione a quello che ho imparato, a quello che mi hanno insegnato e quello che ho scoperto da me. Niente è un caso. Vedo cadere questa nobile intenzione tutte le volte che reagisco all'esterno e credo che ci sia qualcosa da dire, da fare, da capire, un azione 'giusta' da intraprendere e una 'sbagliata' da evitare. Ma poi ricordo la prospettiva. Non c'è giusto o sbagliato, ma azioni ispirate e altre che non lo sono. C'è lo spirito, e c'è la mente. C'è l'amore, o la paura. Mi ricordo allora che l'ispirazione sorge dal silenzio interiore, dal non schierarsi,  dal non dire, dal contenere, dall'atteggiamento Yin, e mi ricordo che esiste una modalità Yang della sfocatura che è quella di mantenere la tua attenzione all'esterno, dove ogni pensiero ed ogni parola può potenzialmente portarti via quintali di energia. Mi ricordo che l'ispirazione può esserci solo nella centratura, nella calma mentale, nell'assenza di emozioni trascinanti e nella piena intensità. Oggi mi basta ricordarlo per accendere il mio campo yin di attenzione e accedere alla quiete dietro i pensieri e le emozioni, ed ogni giorno che passa è più facile. Ma non è sempre così, specialmente quelle volte in cui la mia sfocatura produce delusione, rammarico, separazione, distanza dagli altri. Non è semplice voler essere pace quando sembra che qualcuno ti stia attaccando, e pensi di aver ragione, e di dover dire, fare qualcosa, nel pieno della coesione coi tuoi stati alterati. Ma uso anche questo come esercizio, quando riesco a ricordarmi di me. Vedo la mia voglia di avere ragione, la mia voglia di dimostrare che io sono superiore agli altri. Vedo quella posizione nella quale io ho scoperto una verità, io sto avanti e gli altri stanno indietro. Vedo me su un trono che giudico tutti gli altri, che stanno sbagliando! E ascolto tutte le emozioni e i pensieri che questo mi provoca. Rimango fermo. Un campo di attenzione focalizzata, perpetua, progressiva, amplificata. Ad un tratto avviene lo spostamento. Non sono più quello che recita quella pantomima, ma sono qualcos'altro, una vastità dietro i fenomeni, gentile e accogliente. Sono quella pienezza. Sono quell'assenza di mete. Sono il senza scopo. Sono la totale inutilità di ogni comprensione intellettuale e la caduta di ogni opinione personale. Sono pace. Dura qualche ora, quella pace così profonda, e poi qualcuno dice qualcosa là fuori e sento di nuovo nascere la perturbazione della rabbia, dell'identificazione, del voler avere ragione. La realtà non la smette mai di provocarti, ecco perché non si finisce mai di lavorare.

lunedì 11 aprile 2016

Resistenze

Qualcuno esprime un'opinione contraria alla tua, o nega la verità di qualcosa che hai affermato. E immediatamente devi dire la tua.
Qualcuno scrive qualcosa su facebook, senti che per te non è così, che non sei d'accordo, e immediatamente passi al commento compulsivo.
Qualcuno fa qualcosa che ti fa arrabbiare, ti irrigidisce, e tu passi in modalità reattiva nell'arco di un nanosecondo, perdendo qualsiasi punto di riferimento della tua centratura.
Il mondo ti provoca e tu reagisci immediatamente. Non hai il tempo di pensare, di staccarti da ciò che accade e di lasciar fluire. Non hai tempo di processare la reazione automatica e farla divenire risposta cosciente perché, fino ad ora, nessuno ti ci aveva fatto fare caso. E così il mondo continua a provocarti, attraverso istigazioni, seduzioni, ammiccamenti, lusinghe, e tu sei come una barca alla deriva, sballottata dal salire e scendere delle onde emotive, senza alcun controllo. Ci sono mille principii che difendi a spada tratta e che credi essere i capisaldi della tua 'personalità' i quali, ugualmente, funzionano da attivatori della reazione automatica. Ciò in cui credi. Le giuste cause. La giusta indignazione. La difesa dei tuoi valori e dei tuoi diritti. La tua storia personale che abbracci e coccoli come un prezioso cimelio, i tuoi principii spirituali. Potresti arrivare a immaginare di intraprendere un qualche tipo di percorso, iniziando la tua trafila di libri, pratiche, meditazioni, mantra, mudra, asana, preghiere, riti, incensini, e chi più ne ha più ne metta. Ti attivi e ti sbatti a favore e in difesa di tutto ciò, e questo ti porta via energia, tempo, risorse, e non sei un grammo più felice di quando hai iniziato a percorrere questa lunga e tortuosa strada. E poi arriva qualcuno, dall'altra parte della barricata che ti fa osservare che semplicemente puoi lasciar andare tutto questo ed essere pace, ti dice che c'è un altro modo di vivere, che puoi sperimentare una realtà priva di conflitto, sofferenza, priva di nemici e di proprietà da difendere. Ma devi abbandonare tutto questo. E tu recalcitri. Tu vuoi difendere il tuo terreno, le tue preziosissime opinioni. Vuoi difendere la tua rabbia, il tuo rancore, la tua giusta indignazione, combattere le tue sante guerre e percorrere le tue vie nel conflitto, nella separazione. E allora quel qualcuno dall'altra parte ti pone quella domanda apparentemente banale che inizia a scardinare la tua cosiddetta personalità a cui sei così tanto affezionato: "Chi sei tu? Chi è colui che combatte queste grandi cause?" E tu sarai tentato di dire 'IO', con la fierezza di un campione, tronfio delle sue conquiste. Quel qualcuno allora suggerirebbe guardandoti dritto negli occhi "... e se ti dicessi che quell'io non esiste ed è soltanto un'accozzaglia di forme pensiero, costrutti psichici e aggregati senza alcun significato? E se ti dicessi che per avere una vita priva di sofferenza è proprio quell'io che devi disgregare e abbandonare?" Tu allora diresti che l'Io serve, che senza l'io non si può vivere, che si diventa matti senza, e che sono favole quelle che affermano che si possa vivere senza il senso dell'io. E ancora una volta sarebbe una reazione emotiva automatica a parlare e non 'tu'. Devi farlo, perché senti un senso di minaccia, perché qualcosa inizia a muoversi e a reagire dentro di te proprio nel momento esatto in cui ti si dice che puoi abbandonare quell'identificazione. Ti arrabbieresti, sbraiteresti e ti gireresti dall'altra parte sconsolato perché "sta roba spirituale so' tutte cazzate" e, almeno fino alla prossima possibilità che ti sarà offerta (e saranno infinite, tranquillo), il tizio dall'altra parte della barricata ti guarderà allontanarti in una nuvola di polvere, dicendo fra sé e sé "prima o poi lo capirà, diamogli tempo" e poi scomparirà, tornando da dove è venuto.