mercoledì 28 dicembre 2016

Per l'anno nuovo

Per l'anno nuovo vi auguro di avere abbastanza volontà da spingervi a rinunciare al vostro vittimismo, alla lamentela e al giudizio. Vi auguro abbastanza coraggio da riuscire a essere voi stessi senza bisogno di appovazione, senza che qualcuno vi dia il permesso. Vi auguro abbastanza umiltà da smettere di pensare di essere migliori di qualcuno. Vi auguro di esserci pienamente, qualsiasi cosa deciderete di fare, vi auguro intensità. Non vi auguro né pace, né felicità, né altre cose del genere. Questi sono i risultati di un lavoro, quindi, tutt'al più, vi auguro di voler davvero fare quel lavoro, di volervi davvero impegnare. Vi auguro di accorgervi della vita che evitate di continuo con i vostri sogni a occhi aperti, con i vostri vorrei, con i vostri 'dovrebbe essere diverso'. Vi auguro di vivere tutta la vita che evitate. E spero che vi accorgiate prima o poi che siete sempre nel posto giusto al momento giusto, secondo quello che la vostra sfocatura inconscia sta proiettando.Vi auguro di trovare la vostra intensità, la vostra centratura e la pace perfetta e di realizzare tutto quello che siete venuti a fare su questo pianeta.

(p.s. auguro lo stesso anche a me, ovviamente!)

domenica 18 dicembre 2016

Il silenzio è la strada

 
Tutti parlano, tutti scrivono, tutti commentano. Siamo nell'era del rumore, dell'information overload, e l'aria è satura di pensieri, di parole, di emozioni. Stiamo gradualmente perdendo la capacità di fare silenzio, fuori e dentro di noi. La mente si è unita volentieri a questo frastuono, ha voluto partecipare alla festa e quindi anch'essa è diventata iperattiva, sparando pensieri, giudizi, commenti su tutto ciò che accade, proprio come si fa sui social. La mente e i social network sono molto molto simili a livello di funzionamento. Sullo schermo passa qualcosa, qualsiasi cosa, una frase, un video, una canzone, e l'attenzione si aggancia a questo qualcosa iniziando a seguire una narrazione della quale diviene totalmente schiava, nella quale si perde. Si reagisce a più o meno tutto quello che passa sullo schermo del pc, così come a quasi tutto quello che passa sullo schermo mentale. Il nostro silenzio è perduto. L'arte di essere fermi è perduta. Ogni impulso a 'condividere' corrode sempre di più quel debole confine fra desiderio di condivisione e bisogno di approvazione, attenzione. Tutti gridiamo in qualche modo 'guardatemi!'. Perché il silenzio spaventa e la solitudine che sembra derivarne annichilisce. C'è in quell'apparente mancanza di stimoli esterni qualcosa che atterrisce. Ma nel silenzio sta l'unica strada per poter ascoltare la voce del proprio Sé. Certo, puoi ben credere che non ci sia nessun Sé da ascoltare e cavartela con un "la realtà è questa qua ed è per tutti così" ed io non avrei nulla da obiettare. Quello che non potresti mai negare è che non sei capace di stare un minuto senza quel frastuono nella tua testa. Quello che non potresti mai negare è che non sei capace di non pensare. E tempo fa, notando con Tolle che era proprio così, notando come tutta la mia esistenza si fosse sempre svolta con questa grande, caotica colonna sonora di sottofondo, mi sono domandato: chissà come sarebbe una vita senza pensieri... chissà se è davvero possibile smettere di pensare... e iniziò la mia impresa, con tantissimi tentativi e tantissime tecniche, ma ahimè ho dovuto (come suggerisce saggiamente Sri Aurobindo) trovare un mio personale modo di farlo, di acquietare prima e spegnere poi gradualmente il meccanismo automatico del pensare compulsivo, padre del parlare compulsivo, dell'esprimere opinioni compulsivo, e del dover condividere ogni singolo contenuto di coscienza sui social, così come nella vita.  Trovando il silenzio ho trovato molti regali. Ho trovato vecchie ferite d'infanzia che mi spingevano a parlare, a difendere le mie opinioni, a cercare di essere meglio degli altri, e che guidavano le mie azioni più stupide. Ho trovato milioni di altre voci che parlavano attraverso di me (genealogia, società, credenze spirituali e religiose). E mettendole tutte a tacere, una per una, con cura, arrivando a un silenzio sempre più profondo e a una quasi totale assenza di rumore ho intrasentito qualcos'altro, una voce differente, debole sul nascere eppure come se ci fosse sempre stata. Questa era sempre calma, sempre lenta. Non aveva mai fretta di dire. Non aveva mai bisogno di condividere, di esprimere o difendere una qualche posizione sulla realtà. Questa voce non mi parlava di alcuna ferita, di alcun passato doloroso. Questa voce, che io oggi chiamo voce interiore, è stata ed è la mia guida, il mio maestro e il mio terapeuta. Arriva un momento in cui piuttosto che sentire i consigli degli altri su cosa è giusto e sbagliato fare, è necessario e imprescindibile contattare questa voce, che può udirsi esclusivamente nel silenzio più profondo. I 'buoni consigli', la 'saggezza popolare', il 'senso comune', le 'tradizioni', le 'critiche costruttive' saranno sempre lì come mille altri suoni disturbanti a distogliere l'attenzione da quell'unica, serena, sottile voce che saprà sempre cosa fare e come farlo. Non hai più bisogno dei consigli degli altri quando impari a fare silenzio. Non hai più bisogno di parlare di te quando impari a fare silenzio. E intendo proprio silenzio integrale, nelle parole, ma anche nelle azioni, anche e soprattutto nel cercare continuamente di dire agli altri 'guardatemi', anche e soprattutto nel voler sempre stare in mezzo alla folla affinché qualcuno prima o poi ti noti. Se il silenzio non è integrale, se non c'è silenzio nelle azioni oltre che nei pensieri, non lo hai ancora trasportato nella vita reale e hai ancora bisogno del rumore per sentirti vivo.  Devi proprio perdere completamente interesse a far parte del rumore collettivo, di quella grande fanfara che si sta svolgendo là fuori per tenere tutti quanti allegri, distratti e ubriachi, e devi renderti conto che quella grande fanfara è soltanto una gigantesca trappola che ti allontana dal tuo vero Sé e da ciò che è meglio per te. A quel punto il silenzio ti si farà manifesto. A quel punto la strada da percorrere ti sembrerà chiara e luminosa come mai lo è stata prima nella tua vita. Sarà una strada che dovrai percorrere da solo e sarà l'unica strada davvero percorribile per te.
 

mercoledì 7 dicembre 2016

Spontaneità e punti di potere

"Ho l'impressione che la disciplina e le pratiche ripetute nel tempo ti rendano meno spontaneo, che tutto questo lavoro su di sé renda impossibile essere davvero sé stessi per ciò che si è" diceva ieri qualcuno con cui parlavo. Il qualcuno con cui parlavo era nella situazione di aver 'lavorato' per anni su di sè e di essersi stancato, per via del fatto che poco era cambiato e che lo sforzo non gli sembrava più valere il risultato. Era altresì nella posizione nella quale qualcosa da dentro che era stato privato di energia e di attenzione per lungo tempo, qualche vecchio impulso, qualche vecchia rabbia e alcune tendenze latenti stavano tornando alla carica con aumentata veemenza, con la forza trascinante di un torrente in piena, quindi lui si domandava... "se questo è in me ed esce, perchè resistergli? Non è forse questo che l'essere vuole da me?". Mio malgrado mi sono ritrovato spesso nella situazione di questa persona, in momenti nei quali sembrava non aver funzionato nulla, momenti nei quali siamo portati a dire che sono tutte cazzate e masturbazioni mentali. Sono spesso stato travolto dalla forza di un inconscio che sorgeva a difesa di se stesso in quei periodi in cui il lavoro sembrava non funzionare e il livello di attenzione cosciente di abbassava. Sono momenti questi, di fondamentale importanza, momenti che possono fare la differenza e operare il 'salto' se se ne coglie l'importanza e li si osserva per ciò che realmente sono. In primo luogo però, secondo me, un mago errante dovrebbe riflettere sul concetto stesso di spontaneità per come ci viene venduto normalmente: fare ciò che si sente di voler fare quando si sente di volerlo fare, senza alcun retropensiero. Fare solo ciò che naturalmente 'risuona', solo ciò che ci fa stare bene. Se non si ha una qualche conoscenza di sè, questa è senza dubbio la regola di vita più sensata da seguire, perchè implica il semplice riconoscimento del fatto che 'io' devo stare bene, che 'io' devo spegnere ogni fuoco e rimuovere ogni disagio il prima possibile.  Chi invece ha una minima conoscenza di sè e del suo universo interiore, si sarà ben accorto che spesso ciò che spontaneamente siamo portati a fare, ciò verso cui siamo sospinti, non sempre porta benessere e armonia nelle nostre vite, e non sempre è privo di strani effetti collaterali visibili solo a posteriori. Per chi indaga sè stesso è palese poi che non c'è un unico 'io' che ha queste pretese... ce ne sono decine, forse centinaia, a tentare di dirigere la nave della 'coscienza' verso ciò che desiderano. E ognuno vuole qualcosa di differente, ognuno entra in funzione in maniera totalmente automatica in situazioni e con persone differenti, rendendoci totalmente inconsci, addormentati. E spesso tutti questi 'io' desiderano cose diametralmente opposte. Questa famigerata spontaneità così come appresa, sarebbe niente più che dare retta a uno di quegli 'io', quello che in quel momento fa la voce più grossa. Questo è un modo di esistere, che non ha nulla di male, se non fosse per il fatto che così facendo siamo sempre in balia di una folla di voci che non possiamo e non potremo mai gestire, e saremo sempre spinti da qualcosa che non potremo dirigere verso nessun fine che abbiamo realmente scelto. In questo modo di esistere non c'è davvero un 'io' ma centinaia di piccoli programmi arrivati da chissà dove che presuntuosamente si spacciano per 'io', e che con violenza difenderanno il loro diritto di esistere, ma non c'è davvero nessuno che mandi avanti la baracca. Questo è il nostro modo di funzionare normale, un modo che disperde energia, attenzione e che impedisce alla maggior parte di noi di realizzare qualcosa di veramente grande, eccetto per ciò che uno di questi 'io' ritiene grande. Questo è un modo di funzionare reattivo, inconscio e oscuro che ci mette su linee di vita 'accidentali' che non abbiamo scelto coscientemente, linee di vita che ammalano, impoveriscono e in genere privano di potere. Linee di vita che, normalmente, ripetono copioni già scritti e già vissuti da altri prima di noi. Ora, il 'lavoro' dovrebbe servire a dare a questa flotta di 'io' un centro di comando.  Incanalando tutta questa energia che normalmente viene dissipata nei vari 'io', rendendola stabile e impedendo che gli 'io' abbiano il sopravvento, succede un fatto molto particolare: questi perderanno il controllo e cominceranno a minacciarci di morte (seriamente), a opporsi a ogni disciplina che vorremo dare loro, a ogni privazione, per ogni loro 'spontaneità' che non verrà soddisfatta. La vita psichica cercherà di non morire sollevando qualsiasi genere di resistenza, dubbio e mettendo in discussione tutto quello che abbiamo fatto\letto\imparato fin qui. Questo è un punto di potere, un momento nel quale possiamo decidere di rinnovare la ferma e irrevocabile decisione di mantenere l'attenzione, la pace e di non cedere alla trascinante forza di automatismi inconsci, oppure di raccontarci storie come quella della spontaneità, o come quella del 'beh ma ogni tanto devi pure rilassarti' o del 'beh ogni tanto ci si deve pure incazzare'. Non c'è niente di male a sospendere e rilassarsi o a incazzarsi ogni tanto, se non che al 99 per cento dietro queste pause dalla centratura c'è sempre una memoria, un pezzo si sfocatura che ha deciso di non morire e di non farvela passare liscia, e che attraverso questa temporanea sospensione del lavoro sta tentando di riappropriarsi della vostra energia (spesso riuscendoci e spesso arrivando alla fine a invadere tutto lo spazio dell'attenzione cosciente). Se superiamo questi picchi di provocazione della mente subconscia senza identificarci, succederà che, passata la fase critica, sperimenteremo una pace molto profonda, uno stato di allargamento e una espansione molto molto tangibili. Succederà che la mente subconscia avrà perso una battaglia e che la volontà risulterà potenziata, con il risultato che riusciremo a dirigere sempre meglio le nostre linee di vita. Togliendo costantemente attenzione ed energia ai piccoli 'io' questi finiranno per morire e per lasciare spazio a qualcos'altro. Ma in questi punti di potere la forza richiesta sarà ben superiore a quella normalmente impiegata per un rilascio o uno 'stare e dissolvere'. Sarà richiesta una motivazione più forte, in un certo senso sarà richiesto un votarsi integralmente a una causa superiore, alla costruzione di una grandezza che è diversa da tutto ciò che esisteva finora e che non sorge da nessuno di questi piccoli 'io' ma da un 'IO' più grande, più vasto, che inizieremo a udire solo quando tutti gli altri saranno ridotti all'assoluto silenzio.

mercoledì 23 novembre 2016

Yiyuanti, sistemi di riferimento e la pratica del Zhineng Qigong

Secondo la base teorica del Zhineng Qigong, Yiyuanti, il vero sé, l'essenza di ciò che siamo, è mascherato da tutto quello che abbiamo ereditato e introiettato attraverso le innumerevoli interazioni con il mondo esterno e con le persone. Queste interazioni creano e solidificano in noi quello che nella teoria olistica Hunyuan viene chiamato 'sistema di riferimento', assimilabile in tutto e per tutto a quello che io chiamo sfocatura nel 'piccolo libro della centratura'. Secondo la teoria olistica Hunyuan le credenze e le convinzioni strutturate nel tempo distorcono Yiyuanti, la nostra coscienza, al punto tale da deformare progressivamente il corpo, la mente e la vita, creando patologie e abitudini che alla lunga scambiamo per leggi naturali, ma che di naturale non hanno nulla. Arriviamo fino al punto in cui la struttura di riferimento diviene il nostro padrone, con il quale ci identifichiamo e ci dimentichiamo che il vero padrone è Yiyuanti, il nostro vero sé. Alcune di queste convinzioni sono estremamente radicate nel sistema di riferimento, al punto tale che risulta impossibile liberarsene senza un preciso lavoro su di sé, che è fondamentalmente lo scopo ultimo della pratica del Zhineng Qigong.

“ [..] ad esempio la credenza che ci si debba nutrire per sopravvivere è una convinzione e non una legge. La teoria olistica Hunyuan afferma che, proprio come la vita può usare materia visibile per mantenere se stessa, così può usare energia invisibile (Qi). Le persone hanno naturalmente sviluppato una dipendenza dal cibo e così questa è l'impressione depositata nel sistema di riferimento [...] esistono persone che non hanno mangiato per decine di anni che vivono vite normali e hanno figli.”

(Pang Ming, Teoria olistica Hunyuan)


Un esempio su tutti è l'approccio al dolore durante la pratica. Normalmente la convinzione è che, se fa male, il dolore andrebbe lenito, curato, evitato, alleviato. Per il Zhineng Qigong invece il dolore è importantissimo, poiché diviene il 'maestro' che guida la mente a rimanere concentrata proprio lì dove 'fa male'. Quel dolore indica che il Qi e il sangue stanno affluendo nella parte 'malata', stanno riempiendo un punto dove il Qi è bloccato, e stanno iniziando a reagire per rimettere a posto. Se l'energia va dove va la mente, addestrarsi a rimanere lì dove fa male, costringe anche il Qi a viaggiare verso quel punto, e se facciamo questo, se manteniamo l'attenzione all'interno per tutto il tempo specialmente dove fa male, l'energia da dentro inizierà a correggere imperfezioni, blocchi, malattie e disturbi psicologici costringendoci a fare un lavoro su noi stessi attraverso la risorsa più importante che abbiamo: il corpo. Il metodo Yin è un altro modo di applicare lo stesso principio, un campo di attenzione Yin portato nei punti dove fa male, o dove le emozioni negative sembrano insormontabili inizia una trasformazione integrale che può portare fino alla completa decostruzione di interi 'capitoli' della nostra somatizzazione biologica. Ma il lavoro va fatto nel corpo. E' inevitabile. Pensare di poter destrutturare una sfocatura solo con un lavoro mentale è il più grande degli inganni, così come pensare di poterlo fare senza disciplina sistematica, senza consistenza. Una struttura di riferimento (sfocatura) impiega anni a costruirsi e a solidificarsi, ed ha, secondo la teoria olistica Hunyuan una sua propria massa e consistenza, è a tutti gli effetti 'materia' condensata nel Qi del sistema nervoso centrale. I metodi mentali possono avere degli effetti nel distanziarsi, nell'escludere il dolore dalla propria coscienza, possono aiutare a concentrarci meglio e più a lungo e portarci anche a stati di coscienza superiori. Ma, come più volte ripetuto anche da Mere che dedicò tutta la sua vita a questo lavoro, questi metodi possono essere delle fughe molto pericolose e non portare mai a una vera trasformazione. E' nel corpo che si compie la sfida definitiva, ed è proprio nel corpo che abbiamo il compito di portare la coscienza, fino a livello cellulare, per fonderla con la materia, e lì in quella discesa, incontrare il nostro sistema di riferimento inconscio per correggerlo. Questo è il senso dello spiritualizzare la materia. E il Zhineng Qigong ad oggi è il migliore approccio che conosco per portare questo lavoro alla portata di chiunque.

martedì 15 novembre 2016

Di spilli magnetici, stati di concentrazione e del perchè (forse) Zeland ha ragione

La realtà, come la spiritualità, è tutta un raccontare storie, alcune vere altre inventate. E queste storie che raccontiamo o ci facciamo raccontare pongono quesiti, disegnano universi e tracciano limiti visibili e invisibili fra ciò che esiste e ciò che non esiste, limiti a volte davvero evanescenti.  Accade poi che ogni tanto scopriamo che alcune di queste storie sono proprio vere e allora ci chiediamo: quante altre di quelle storie che raccontano là fuori su ciò che è la spiritualità e l'invisibile saranno vere? Abbiamo bisogno di prove, di fatti incontrovertibili. Per capirlo abbiamo bisogno di esperienza, abbiamo bisogno di esperimenti ben riusciti. Una delle storie che penso da sempre essere reale è proprio quella raccontata da Zeland sull'intenzione esterna, quella particolare disposizione interiore che tende a far accadere eventi all'esterno partendo da un moto interiore. Ne avevo già avute tante prove dirette nella vita e nel lavoro. Avevo ricevuti infiniti regali. Ma un conto è vedere l'intenzione esterna agire lungo una linea di vita distribuita in anni, e un conto è vederla agire sul momento (un po' come accade a Luke Skywalker nelle paludi di Dagobah con il maestro Yoda). E' proprio un'altra cosa. Mi trovavo a Como in un bellissimo e faticosissimo intensivo di Zhineng Qigong con un maestro cinese, e ci viene proposto un esercizio per dimostrare l'influenza dell'intenzione sulla materia. Prendere dei normali spilli da cucito e renderli magnetici con il pensiero. Ora, essendo io un praticante da anni, ero sicuro (troppo) che per me sarebbe stato banale ed ero convinto che il segreto stesse nella forza del pensiero. Mi ero proprio dimenticato dell'avvertimento di Zeland:



"...Fintantoché insisterete, non darete all'intenzione esterna la possibilità di realizzare il fine secondo la corrente delle varianti [..] perché non si deve lottare col mondo ma si deve semplicemente scegliere al suo interno ciò che si vuole"



E quindi mi ero sovra-concentrato, irrigidito, ero super serio e non è successo niente, né a Como, né a casa nei giorni successivi. Avevo dato a questo esperimento una importanza capitale generando quindi un nulla di fatto. Ma qualcuno c'era riuscito a rendere magnetici gli spilli di ferro. E, chiedendo un po' in giro, la cosa che avevano in comune quelli che c'erano riusciti era questa: nessuno di loro l'aveva presa come una cosa troppo seria, anzi, forse per loro era più un gioco, e sopratutto la mente non era poi così concentrata come ci si sarebbe aspettati di fronte a un esercizio del genere. 
E c'era un'altra cosa che non avevo fatto. Come diceva il maestro Gao, bisognava entrare in uno stato di coscienza che dava per scontato che lo spillo 'fosse già' un magnete. Non stava diventando magnetico. Lo era già. Questo è il succo dell'intenzione esterna. Non è uno sperare. Non è un forse, dopo, chissà. E' un - so che è così -. Allora qualche giorno fa, memore di tutto questo, ho riprovato. Ma prima di riprovare ho cercato innanzitutto a togliere importanza alla riuscita dell'esercizio. Poi mi sono rilassato in uno stato tale che quasi quasi mi addormentavo, uno stato dove ero in grado di vedere bene le immagini mentali e pilotarle. Quindi ho detto (sul serio) "chissenefrega", è un gioco. E ho provato a sentirmi come quando da bambino giocavo ai lego immaginando (e credendo davvero) che fossero dei transformers e rievocando quel senso di totale meraviglia e possibilità. E poi mi sono immaginato di avere fra le dita una calamita. Sulle prime sembrava non accadere nulla... ma poi... poi è scattato qualcosa. Ne ero davvero convinto e ne ero convinto come se fosse una cosa normale, banale. 

"L'intenzione esterna è l'unità di anima e ragione" 

dice saggiamente Zeland. Quando la cosa ti sembra assolutamente normale e non c'è niente dentro che rema contro, allora accade. Ed è accaduto. Gli spilli hanno cominciato ad attrarsi. Ecco quant'è forte la coscienza e quanto è incisivo il potere dell'intenzione. Rimane da dimostrare se l'intenzione esterna abbia davvero questa influenza anche sui macro sistemi oltre che sulle cose 'piccole' e, pur avendone vista l'azione costante e continua sulla mia linea di vita, non posso certo dichiararla un principio universale.
In questo post vorrei solo suggerire qualcosa che manca a molti di noi, l'adozione di un approccio sperimentale. Fate esperimenti. Ottenete dei risultati. E smettete di credere a tutte le storie che vi racconta la 'spiritualità' se non ne avete avuta diretta esperienza.

lunedì 31 ottobre 2016

Week End di Zhineng Qigong


TEORIA E PRATICA DEL ZHINENG QIGONG
Weekend INTENSIVO
a cura di Andrea Panatta

In questi due giorni studieremo più a fondo le caratteristiche degli esercizi del Zhineng Qigong. 
Esploreremo i fondamenti della teoria olistica hunyuan sulla quale si basano i movimenti e le meditazioni che sperimenteremo durante i due giorni di pratica.
Esploreremo più a fondo principii e pratica della formazione del campo di qi, del lavoro su se stessi attraverso i metodi del Zhineng Qigong (peng qi guan ding fa, xing shen zhuang, zhan zhuang, chen qi, la qi).
Studieremo il modo ottimale di usare la mente per rendere la pratica del Zhineng Qigong efficace e ricca di risultati, e le modalità per applicare il qigong alla vita quotidiana.
Non sono richieste esperienze precedenti.

CONTRIBUTO WEEKEND 100 EURO
CONTRIBUTO GIORNATA SINGOLA 50 EURO
PRANZO VEGETARIANO SU PRENOTAZIONE

POSSIBILITA’ DI SOGGIORNARE PRESSO LA STRUTTURA
NECESSARIA PRENOTAZIONE
Per prenotazioni : 3285459762 – a.forzavitale@gmail.com

Forza Vitale Asd Aps
Via Ragusa, 5/b Ardea - Roma
Tessera Associativa 2016 - 10 euro
www.forzavitale.net



Integrazioni, silenzio e una spiritualità nuova.... forse

Non tutta la saggezza sta in una sola scuola, recitava un (mi pare) proverbio hawaiano. Non è più tempo di polarizzarsi in una sola versione dei fatti, una sola teoria della realtà. Viviamo vite di integrazione nelle quali interagiscono mille frammenti apparentemente casuali di esperienza ai quali stiamo cercando di dare un senso, chiamando questa ricerca con i nomi più diversi - ricerca interiore, spiritualità, metafisica, alchimia - e raccontando storie che determinano il carattere e il modus operandi della nostra personale ricerca. Ma ciascun percorso è solo un frammento del puzzle molto più vasto in cui ci troviamo e, francamente, ogni frammento risulta davvero angusto rispetto alla vastità del lavoro che la coscienza deve fare e sta, in realtà, facendo. Possiamo adottare un principio, sperimentarlo per vederne effetti e concatenazioni, ma dovremo essere pronti a sacrificarlo qualora la realtà non sembri più rispecchiarlo. Poichè c'è la concreta possibilità che molte delle cosiddette 'leggi' spirituali, molto di ciò in cui crediamo e che crediamo di vedere, siamo in effetti noi a crearlo, aderendovi con la convinzione. Può darsi, e sottolineo, può darsi, che siamo noi a fare tutto, leggi e controleggi, premi e punizioni, bene e male e così via... ma quel 'noi' che fa tutto questo rimane tutt'ora un mistero per molti ricercatori. La mia sensazione, come scrissi qualche giorno fa, è che si debba ripartire da zero per scoprire questo io, che si debba ricominciare a farsi domande e a cercare nella realtà le risposte invece di sostituirle con la dottrina di qualcun altro. E ho avuto la chiara esperienza del fatto che le risposte arrivano nel momento in cui la mente inizia a calmarsi e a smettere di ripetersi cose lette o sentite.
L'integrazione di diversi milioni di pezzetti di esperienze, conoscenze e pratiche, accade in quel silenzio mentale, in quello stare. Stare significa osservare senza essere trascinato da ciò che osservo, e mentre osservo non aggiungo e non tolgo nulla, non mi racconto storie e non credo a nessuna storia raccontata da altri (per quanto autorevoli). Mi piace pensare che il segreto di tutto sia, come scriveva Taddhesus Golas, la ferma determinazione a voler essere cosciente di tutto ciò che passa attraverso il mio sistema senza modificare nulla. Ma è più facile a dirsi che a farsi. Ci sono pensieri che ci rifiutiamo di ascoltare ed emozioni che non vogliamo attraversare. Questa resistenza può essere così forte e spaventosa da renderci inconsci, provocare sintomi, addormentarci. Ci sono credenze che abbiamo difficoltà a disintegrare perchè il guru, l'insegnante o il papà di turno ce le hanno preconfezionate e installate dentro e ci sentiamo di tradirli se le lasciamo andare per sperimentare una realtà più vasta. Ma tant'è. Siamo noi i primi ad essere stati traditi da chi ci ha assicurato che la realtà stava così. Non facciamo che aderire e imitare, ma potremmo invece integrare e aumentare la nostra capacità di sperimentare realtà. Ciò significherà magari buttare un migliaio di vecchi libri e registrazioni di seminari e imparare finalmente a fare silenzio dentro di noi. Ciò significherà forse diventare creativi anche nel campo della ricerca spirituale (che ahimè soffre di una enorme carenza di creatività) e avere il coraggio di tracciare nuove strade, percorrere sentieri che non sono 'ufficiali', non sono scritti su nessun testo sacro, ma ci condurranno lentamente a ciò che stiamo cercando. Ciò significherà rinunciare ai nostri miti ed eroi della spiritualità e ricominciare dall'unica cosa realmente importante, la nostra esperienza di vita.

venerdì 21 ottobre 2016

Da zero

Sento nettamente il bisogno di qualcosa di nuovo nella ricerca interiore. Sento che tutte le parole già usate si sono consumate. Tutti i concetti esplorati si sono disfatti. E le esperienze che ho potuto fare puntano tutte in una sola direzione: bisogna ripartire da zero. Da sè stessi in buona sostanza. Una sperimentazione nuova, che nasca non più da un libro (o centiaia di essi) o dalle parole di un relatore (men che meno dalle mie, che mi hanno stancato come quelle di tutti gli altri), ma da dentro di noi. Credo che la nostra coscienza sia ben equipaggiata per un lavoro del genere, credo in fin dei conti che è proprio questo che siamo venuti a fare. Sembra proprio che la vecchia definizione di 'spiritualità' con tutto il suo coacervo di astrazioni, illusioni e fantasie, sia alla fine crollata sotto il peso della mancanza di approccio scientifico. Ma è proprio di un approccio scientifico che abbiamo bisogno, di fare esperimenti e valutarne i risultati. Altrimenti continueremo a sognare mondi immaginari e credere in qualcosa che non possiamo, al momento, sperimentare. Restano alcuni punti fermi e alcune esperienze. Il fatto centrale è che quando la mente è ferma e senza pensieri, e solo in quello stato, è possibile percepire 'altro'. Ma dev'essere chiaro che prima di poter percepire con netta precisione, il pensiero dev'essere sospeso del tutto e con esso il turbinio delle emozioni, altrimenti ogni cosa che pensiamo di percepire sarà colorata di sfocatura e prenderemo  fischi per fiaschi, costruendoci sopra intere discipline, credenze, religioni. Con la mente quieta arriverà il prossimo livello di lavoro, percepiremo strutture interne, esterne, energie, connessioni e tutto il resto che ci sarà dato per lavorare. Ma una mente quieta è imprescindibile. E una mente non potrà essere quieta se non sospende ogni definizione, compresa ogni definizione di spiritualità, anima e tutta quella gran quantità di etichette che abbiamo dato a fenomeni che stavamo percependo sfocati. Sì, mi rendo conto che sto suonando come un disco rotto, ma è davvero un fatto centrale. Non stiamo scoprendo niente di reale fintantochè abbiamo aderito a definizioni di altri.

sabato 15 ottobre 2016

Le favole di 'io'

Un fenomeno reale non può essere sperimentato in tutta la sua intensità se vi sovrapponiamo una nostra interpretazione. La sfocatura inconscia tenterà sempre di rappresentare e schematizzare, prevedere e calcolare. E' incredibile quello che la sfocatura riesce a fare per provare a se stessa, la quantità di cose in cui crede ciecamente, ed è incredibile quanto ogni credenza ti faccia perdere poi il contatto con il fenomeno reale, con quello che c'è. La sfocatura mette una distanza fra le energie operanti nella realtà e l'attenzione che può sperimentarle. Quando qualcosa arriva nella tua vita hai due scelte: puoi iniziare a pensarci su ed entrare nell'inferno mentale dei tentativi di capire\mettere a posto\razionalizzare\gestire, o puoi decidere di stare nell'intensità del fatto, qualsiasi cosa esso ti stia portando. Nell'intensità, una delle cose che perderà presto il suo fascino sarà la descrizione di fatti metafisici, spirituali. Scemeranno tutti quei tentativi di spiegare con una logica lineare fatti che non possiamo comprendere. Un giorno o l'altro ti troverai a volerla davvero finire con tutte queste storie sui chakra, le aure, i corpi sottili, la magia, Dio, gli spiriti, gli angeli e tutte le altre menate che sovrapponi alla realtà diretta. Sono bei racconti di qualcosa che avviene o è avvenuto e a cui hai cercato di dare un senso sulla base dei libri che avevi letto e dei corsi che avevi frequentato, di quello che qualche tuo guru ti aveva assicurato essere così. Ma un giorno o l'altro sarai costretto a sperimentare direttamente la vita, l'intensità, e a fare un salto fuori da tutte queste mappe e definizioni. Una notte ti sveglierai di soprassalto e inizierai a sentire che qualcosa non quadra, che c'è tutto un altro gioco che la coscienza gioca al di fuori delle tue spiegazioni e delle tue fantasie infantili, quelle poche che ancora sopravvivono. Nell'intensità di un momento presente lucido e senza mente ti sembrerà di aver 'capito' qualcosa, di aver 'afferrato' quello stato di perfezione, ma un momento dopo la mente sarà già ripartita a cercare di spiegare, razionalizzare, mettere in fila parole che  tentano di rappresentare l'infinito ma che in ultima analisi sono solo tentativi di non abbracciare mai davvero questo infinito. E lo vedrai. Vedrai che ogni volta che pensi dici 'io', cerchi di darti ragione e preservare la favola che ti racconti. Pensi e ragioni da un centro che non c'è, che non ha alcuna sostanza. E non potrai fare a meno di farlo, perchè è un programma inscritto profondamente nella biologia, è il programma più pesante e ingannevole che sia in esecuzione nel tuo sistema operativo. Vedrai che ogni favola metafisica che ti racconti sul senso delle cose è, in ultima analisi, un passo che ti allontana dalla presenza e dall'intensità, e vedrai che è sempre 'io' che cerca di rassicurare se stesso, raccontandosi delle storie. E allora forse la vorrai smettere. Smettendola capiterà che vedrai qualcosa che non ti aspettavi. Vedrai, forse, che la realtà si addensa in eventi, secondo forze di cui siamo in minima parte consapevoli, forze che hanno a che fare solo marginalmente con corpi sottili, chakra, aure e forme pensiero. Vedrai la realtà esistere e muoversi, non vista, non comprensibile finchè tu non deciderai di fare silenzio e di far smettere quel vociare nella tua testa. A quel punto, quando deciderai di divenire massimamente consapevole, cosciente, quegli addensamenti della realtà che chiami 'eventi', diverranno chiari e chiaramente capirai che non hanno nulla a che fare con le favole che IO si raccontava.


mercoledì 12 ottobre 2016

La ricerca delle cause e il momento presente

Il paradigma terapeutico più popolare è rimasto per anni quello della 'ricerca delle cause' di un disagio, di una difficoltà, di una malattia. In generale, anche a causa di una nutrita letteratura sull'argomento, ci è stato insegnato che un problema attuale ha sempre radici in un evento passato non integrato, dimenticato. E questo può essere formalmente vero. Quello che sembra non funzionare per molti di noi è l'impresa della ricerca delle cause del male, l'impelagarsi nella navigazione dell'inconscio e il tentativo di decodifica del sintomo secondo mappe e schemi scoperti da altri. E' stato sostenuto che 'capendo' o 'rivivendo' il trauma passato si può sciogliere il nodo nel presente. Per qualcuno questo ha funzionato, per molti altri no. Qualcuno ritrova se stesso negli schemi proposti da altri e riesce a far corrispondere un suo problema a una causa karmica, qualcuno riesce a 'rivivere', 'ricordare' e sbloccare. Ma molti altri no. Ecco perchè negli anni ho gradualmente abbandonato questo sistema di lavoro che mi risultava molto svantaggioso. Ho iniziato ad abbandonarlo quando conobbi Hew Len, l'insegnante del moderno Ho'oponopono, al quale sottoposi alcune domande in merito a certe cose che accadevano nella mia vita e nelle vite delle persone con le quali lavoravo. E la sua risposta fu chiara e precisa. "Le cause possono essere multidimensionali e non legate alla storia della singola persona e potresti non 'capirle' mai". I miei dubbi sono stati confermati da molte persone dalle quali ho imparato a ragionare attorno alla sfocatura e ai suoi meccanismi proiettivi. Da Michael Brown ho imparato che molti dei 'risentiti inconsci' che ci troviamo a testimoniare potrebbero non essere legati a nessun ricordo cosciente in quanto, ad esempio, vissuti dalla madre che ci portava in grembo e presenti in noi sono come ricordo 'emotivo'. Marina Borruso durante un incontro spiegò chiaramente che quel dolore che incontriamo nelle nostre esistenze non è solo 'nostro', ma è legato al dolore di tutta la collettività, di tutta la genealogia che ci ha preceduto. E' da anni quindi che ho smesso di cercare le 'cause' di un problema nel passato, annaspando nelle vite passate o nel karma. Oramai uso la descrizione del karma solo come contesto per convincere le persone a stare con quello che c'è e attraversarlo. Il 'lavoro' sulla sfocatura è un lavoro di presa di coscienza, di attenzione, di disponibilità ad attraversare in piena intensità ciò che ogni momento mi porta, senza sbattermi per evitarlo o capirlo. A un certo punto con l'ho'oponopono e i risultati della pulizia, con il rilascio e negli ultimi tempi con il metodo Yin, ho visto che la coscienza, l'attenzione focalizzata e l'intento di vivere pienamente ciò che c'è, produce un effetto di trasformazione e guarigione. E' nel presente che incontro tutto il mio karma, tutto il mio passato, tutta la mia psicologia inconscia ed è qui, in questo momento, che decido diversamente cambiando il passato, qualunque sia. E' qui in questo momento che posso dirigere la mia volontà per non farmi trascinare dal subsconcio pre-programmato e che mi dispongo a 'sentire' in profondità la vita che si esprime attraverso i disagi che incontro. E, attraversando, dissolvo, cambio, sciolgo nodi, quegli infiniti nodi dei quali posso non essere mai cosciente attraverso un 'capire' mentale. Ho appreso che molto, moltissimo, del lavoro va fatto ascoltando il corpo e usandolo come un trasformatore di energie. Non è un lavoro mentale, non può esserlo se non in minima parte. Lo stesso Hew Len ci disse all'epoca che l'unico ruolo della mente è la decisione, decidere di perpetrare le memorie, aderirvi e perdersi nel cercare di argomentare, capire, parlarne o decidere semplicemente di lasciarle andare e affidarle affinchè siano ripulite.  Questo è al momento, per me, il nocciolo del discorso per ciò che è chiamato 'lavoro su di sè'. Nel presente, nell'intensità, nell'attenzione, incontro tutto ciò che mi serve per lavorare e rivedo chiaramente la storia che sta cercando di replicarsi attraverso di me. Nel presente posso decidere. Nell'intensità posso dissolvere ciò che mi tiene schiavo.

mercoledì 28 settembre 2016

Un percorso verso la grandezza

Essere 'grandi' non ha niente a che vedere con quello che il mondo chiama 'successo', che è per lo più l'affermarsi di un ego ipertrofico radicato nel bisogno di approvazione. Essere 'grandi' ha molto più a che fare con l'arte di essere la totalità di ciò che si è, e con l'esprimerlo nella propria peculiare modalità. Ci sono parti di noi grandi, capaci di fare molto di più, di essere molto di più di quello che siamo normalmente. Ci sono lati di noi intuitivi, geniali, potenti, aspetti di noi che guariscono, che migliorano il mondo, che amano, che creano opere d'arte in maniera del tutto originale, unica. E' lì che ci porta l'essere se lo lasciamo agire, verso l'espressione incondizionata di quei lati inesplorati di noi, verso l'emersione delle nostra peculiarità. I nostri talenti, quali che siano, vengono presi, magnificati dall'essere e messi a disposizione dell'umanità. Ma questo può compiersi solo se lasciamo andare ogni definizione di noi e di ciò che la grandezza debba essere. Altresì saremo chiamati a lasciar andare ogni definizione di elevazione, illuminazione, spirito, anima, di buono o cattivo, di giusto o sbagliato che chiunque possa averci dato. Nel percorso verso la grandezza le adesioni a qualsiasi opinione di altri, che potevano esserci servite per illuminare il prossimo passo, diventano ombra, zavorra e proiezione. Dovremo rinunciare a ogni idolo, eroe, a ogni profeta cui abbiamo delegato la nostra salvezza, poiché potremo altrimenti aspettarci di ottenere soltanto grandezze simili a ciò che i nostri maestri ci avranno insegnato. Ma ogni insegnamento è lo schema di riferimento di chi insegna, quindi è limitato. Tutti i maestri dovranno essere abbandonati perché le definizioni che ci hanno dato prima o poi limiteranno la nostra capacità espansiva ed espressiva, ne limiteranno l'unicità, e l'essere vorrà spezzare quelle limitazioni, vorrà portarcene fuori. Un percorso verso la grandezza premerà affinché ci fidiamo sempre di più di quel qualcosa che sussurra attraverso di noi, e che è l'unica vera guida di cui abbiamo bisogno. Il nostro Sè essenziale.

venerdì 9 settembre 2016

Una voce nel silenzio

Ero in silenzio e guardavo lo spazio vuoto sullo schermo cercando qualcosa da scrivere.
Improvvisamente una voce mi suggerisce "non scrivere niente!"
"Perchè?"
"Semplice. E' meglio stare zitti, in un momento in cui non c'è nulla che tu possa scrivere senza offendere o creare resistenze in qualcuno là fuori. Te ne sei accorto vero?"
"Sì... Ma perchè accade?" 
"Oh semplicissimo. L'ego minacciato è sempre quello che si incazza di più."
"Ma che c'entro io? E' l'ego degli altri che reagisce non il mio."
"Certamente, se pensi ancora che ci siano TANTI EGO là fuori. Ma ti inviterei a riflettere sul fatto che il tuo e quello degli altri sono la stessa sostanza, lo stesso essere".
"Quindi sono io che reagisco a me stesso? Io che mi arrabbio per ciò che io stesso scrivo?"
"....mettila così"  risponde lei infine "...si insegna quello che si ha più bisogno di imparare!"
E tornò il silenzio.


mercoledì 31 agosto 2016

La disciplina, il percorso diretto

Abbiamo bisogno di una disciplina pratica. Abbiamo bisogno di uno sforzo costante e continuo in direzione dell'intensità, della centratura, che col tempo diviene sempre più semplice, quasi automatico. Personalmente non posso credere a chi dice che siamo già perfetti e che dobbiamo solo accorgercene, anche se in ultima analisi ciò può risultare vero. Non posso aderire a filosofie spirituali quali che siano, poiché è sempre una esperienza reale che sto cercando. E un'esperienza spirituale deriva sempre e solo dallo sforzo che ho fatto per arrivarci. Non posso sapere come, non posso sapere quando, eppure la 'grazia' è direttamente proporzionale alla disciplina che mi sono dato nel preparare il terreno. Ci saranno sul percorso un milione di deviazioni, di 'tentazioni'. Ci saranno momenti disperati in cui penserò che tutte queste fandonie non portano a nulla e sono solo masturbazioni mentali, e proietterò là fuori 'altri' che tenteranno di riportarmi alla via  razionale, la via dell'ego, giustificandola come l'unica possibile. Ho imparato a mie spese che queste sono solo resistenze, di quella parte di noi che non vuole morire. E, detto fra noi, quella parte DEVE morire. Ho provato a essere più soft per qualche tempo perché a qualcuno dà fastidio il concetto della morte dell'ego, tuttavia il tempo della delicatezza per me è finito. Se non si capisce che il 99 per cento del percorso spirituale riguarda l'eliminazione totale del proprio egoismo, delle proprie proiezioni e fissazioni, è quasi impossibile progredire. Se non si capisce che il 99,9 per cento della nostra sofferenza sta nell'identificazione con la nostra personalità, risulta anche difficile capire perché è necessario uno sforzo, che controbilanci quella forza attrattiva verso il basso che è l'ego. Molti di noi non cercano questo, cercano il miracolo, cercano l'esperienza nella luce, o altri fenomeni psichici, il contatto con lo spirito guida o con l'angelo custode. Sono senz'altro tutte cose che io stesso ho cercato e in parte trovato, ma, ahimè, sono solo 'accessori' per quel lavoro decisamente meno appetibile che è la trasformazione della propria sfocatura. E non basta un workshop di uno, due, o dieci giorni per raggiungere lo scopo. Serve un'intera esistenza dedicata a questo solo scopo. Serve tutta una vita nella quale miriamo alla pace anziché a tutto il resto. Molti cercatori ad un tratto si sono resi conto che non c'era nulla di più importante. Hanno gradualmente abbandonato tutto il 'superfluo', tutti gli obiettivi secondari, tutti gli attaccamenti non necessari, le passioni ingombranti, le tendenze che agivano come un freno e sono andati dritti dritti al centro di quella pace perfetta. Questa dedizione arriva solo quando vedete la futilità di ogni altro ottenimento, quando ne vedete la temporaneità. Quando vedrete che amici e affetti intorno a voi si ammalano e muoiono, che periodi finiscono per non tornare più, quando l'impermanenza verrà davvero a farvi visita e la smetterete di fuggire (sì anche attraverso uno di quei percorsi spirituali che vi raccontano quanto siete potenti e che potete ottenere tutto) allora forse vi sveglierete. Allora forse vedrete che quasi tutto quello che fate nella vita sono tentativi di fuga, di rincoglionimento per non sentire il vuoto che la morte e la fine delle cose sembrano rappresentare. Se arriverà questo fondamentale momento e lo vivrete in piena centratura, questo momento vi darà il carburante necessario, la dedizione per abbracciare integralmente quello che io chiamo il 'percorso diretto'. A quel punto molti dei libri, dei maestri e degli insegnamenti che fino a un giorno prima vi ispiravano saranno lettera morta, mentre altri tipi di libri, maestri e insegnamenti che magari avevate avuto sotto gli occhi per tutto il tempo, inizieranno a chiamarvi, con un suono irresistibile. A quel punto, e solo a quel punto saprete qual è la disciplina che dovete seguire e inizierete spontaneamente a seguirla.


sabato 27 agosto 2016

Non difendere le tue storie

Perché segui un percorso 'spirituale', di crescita? Perché studi materie esoteriche, metafisiche? Perché cerchi lo sviluppo interiore, pratichi un lavoro su di te, ti dedichi alla meditazione? La risposta a questa domanda è forse la più importante di tutta l'impalcatura che hai costruito e che chiami spiritualità. In generale, perché fai quello che fai? Quando pongo questa domanda alle persone, molti rispondono con idee astratte o vaghe, ma a mio sentire tutti noi abbiamo iniziato per una ricerca di senso e per una sofferenza che non riuscivamo a gestire o superare. Nella ricerca interiore cerchiamo soluzioni, a volte consolazioni. Cerchiamo storie che mettano a posto la parte assetata di 'senso'. Ma finiamo quasi sempre per accontentarci delle storie che altri ci hanno raccontato e sposiamo principii per il solo fatto di essere d'accordo con loro. Ci fermiamo alla superficie di un qualcosa che ha bisogno invece di essere esplorato, approfondito, praticato. Leggiamo, studiamo, pratichiamo un po' di questo e un po' di quello ma difficilmente arriviamo a un'esperienza stabile delle cose che stiamo cercando\studiando, e quindi parliamo, parliamo, parliamo. E quel che è peggio è che ci impegniamo in crociate per convincere anche gli altri. Ognuno di noi sostiene una teoria che sottolinea un probabile pezzetto di realtà, e cerca costantemente di difenderla, di attaccarcisi come se fosse vitale, raccontandone la storia. Queste storie ci seducono, ci instupidiscono come una droga che progressivamente ci allontana da una esperienza diretta. Le storie sono utili fino a un certo grado di sviluppo interiore, ma prima o poi dobbiamo deciderci a ricercare una esperienza diretta. E l'esperienza sorgerà in primo luogo dalla coltivazione di una mente serena, di una mente silenziosa priva di storie. Una mente che possa accogliere qualcosa di vivo e reale. Ma non possiamo avere una mente silenziosa fintantoché nutriamo e ci attacchiamo alle nostre storie, alle quali crediamo con tutti noi stessi perché l'ha detto quel guru, o quell'autore famoso. Non possiamo essere silenzio se siamo occupati a difendere un'idea o un'opinione. Il silenzio sorge dal non difendere più nessuna opinione perché è chiaro che ogni opinione è corretta per il suo portatore e ogni esperienza è genuina per chi la fa, ma completamente errata per chiunque altro.
Perché difenderla? Una mente silenziosa passa per l'innocuità. E l'innocuità diventa una scelta di vita a un certo punto del vostro percorso. Una scelta radicale. Probabilmente non adatta a tutti. Fatto sta che una volta viste le conseguenze di qualsiasi azione scaturita dall'ego e dall'attenzione al proprio esclusivo beneficio, una volta toccati con mano i disastri perpetrati in nome di ciò che è giusto (che è giusto solo per noi e per chi la pensa come noi), e delle storie che ci raccontiamo in proposito, l'innocuità o almeno il tendere verso essa, diventa una scelta irrinunciabile, diventa in effetti l'unica scelta possibile. L'innocuità è non attaccare. Mai. E ancor meno difendersi da eventuali attacchi. E' uno stato di resa interiore, uno stato passivo, possibile solo e soltanto una volta che hai visto l'inutilità di qualsiasi altro gesto, pensiero, parola. E' possibile solo quando smetti di raccontarti qualsiasi storia su cosa sia la spiritualità, a sganciarti da ciò che alti hanno detto, e inizi a cercare e ad avere in coraggio di fare esperienze dirette.

venerdì 5 agosto 2016

La via di mezzo

Non ti posso dire com'è la via di mezzo. Non ti posso raccontare tutto il tratto di strada che ho fatto fin qui. Se lo facessi ti racconterei una bella favola, ti tratterei alla stregua di un bambino. Metterei a tacere la tua curiosità, per un po'. Ma la realtà è che nessuno può raccontare niente di come ha fatto per arrivarci. Qualcuno ci è inciampato. Qualcuno invece ha spinto le sue capacità di disciplina e sopportazione fisica all'estremo. Tutti però prima o poi si sono arresi. Ci sono metodi è vero, tecniche, vari tipi di percorsi, ma è tutto sempre la stessa cosa. Si tratta di arrendersi. A cosa? Al fatto che la vita ha delle oscillazioni, delle polarità. E se decidi di cavalcarne una e restarci il più possibile ti starai già garantendo l'ingresso in quella opposta. E non potrai fare niente per evitarlo, non c'è niente che possa opporsi al continuo oscillare. Niente tranne la via di mezzo, la via che passa per la resa. Ma io non posso fare niente per insegnartelo, non posso parlartene e anche se lo facessi non mi crederesti. Un consiglio però posso dartelo. Smetti di lottare, di difenderti, di accusare, di pensare di dover cambiare qualcosa o qualcuno, smetti di credere di dover essere diverso da quello che sei per incontrarla. Smetti di volere qualcosa a discapito di qualcos'altro, qualcuno a discapito di qualcun altro. Smetti di resistere e allora, forse, la incontrerai.

Buona fortuna.

domenica 17 luglio 2016

Usciamo fuori dal ghetto della spiritualità

Vorrei usare un'espressione presa in prestito da un insegnante a me molto caro, allo scopo di mettere chiaramente il punto su una questione scottante che a me sembra ormai della massima urgenza. E' ora di uscire dal ghetto della spiritualità. La cosiddetta "spiritualità", termine al quale anche io mi sono legato per anni, che include un vastissimo coacervo di tecniche, pratiche e metodi che hanno gli scopi più disparati (e gli esiti più diversi sulle persone), è ormai diventata a tutti gli effetti una moda. Se questo non avesse avuto effetti nefasti su molte delle persone con cui sto lavorando in questo periodo non sarebbe poi un gran problema, potremmo vivercela come qualunque movimento di tendenza, come un nuovo tipo di musica, un nuovo modo di vestire ad esempio. Ma non è così semplice. A me sembra che si sia perso molto del senso di ciò che si cerca, del perché lo si cerca, e dei mezzi necessari per arrivare a ciò che si cerca. Il fatto che mi ha colpito di più però, non è nemmeno questo, quanto piuttosto quel frasario costante con cui i praticanti di qualsiasi percorso (come anche io all'inizio) si esprimono quando interrogati sul senso di ciò che fanno o quando gli viene chiesto di raccontare quale sia il loro percorso. Fioccano allora parole come anima, spirito, sé, angeli, miracoli, amore, karma, alchimia, trasmutazione, presenza, non giudizio, non dualità e così via, parole che in sé per sé non avrebbero niente di pericoloso se solo ci fosse dietro all'uso delle stesse un tentativo di comprensione profonda, di esperienza dei fenomeni connessi a queste parole (a patto che ce ne siano e che siano sperimentabili). Ma mi sto accorgendo invece di come, il più delle volte queste parole vengano impiegate in maniera inconscia, stordente, per accontentarsi di un barlume di concetto dietro al quale non vi è alcuna esperienza viva, e di come vengano ripetute in modo quasi meccanico ogni volta che l'esperienza della vita non risulta comprensibile, o non sia emozionalmente tollerabile. Ecco allora che laddove c'è il dolore, la malattia e la morte, arrivano sempre interpretazioni del perché e del per come quel qualcosa sia accaduto proprio a me, ecco chiacchiere sul karma, sulla reincarnazione, sul 'chissà che ho combinato in un'altra vita per meritarmi questo', su entità, forme pensiero e tutti i tentativi meccanicistici di comprendere fenomeni che, a questo livello di percezione, non sono percepibili. E la spiritualità è diventata per molti un ghetto nel quale rifugiarsi per fuggire dalla vita, troppo confusa, a volte dolorosa e spesso incomprensibile. I tentativi di spiegazione dei fenomeni della realtà, da mere teorie quali sono, spesso diventano intolleranti e incontrovertibili ostentazioni che portano ad allontanarsi proprio da ciò che maggiormente può istruirci sui fenomeni reali ossia la realtà stessa, e da coloro che la pensano diversamente da noi. La vita e il suo fluire sono dimenticate in favore di metafore poco funzionali che tengono occupata la mente e ritardano un sentire profondo che potrebbe, secondo me, essere la vera rivelazione spirituale. Ma questo non ci basta. Vogliamo effetti speciali, capacità paranormali, visione dell'aura e delle vite passate, e lo vogliamo anche velocemente senza la necessaria disciplina che questo comporta. Vogliamo dare ordini a Dio, usare gli angeli per i nostri scopi, e parlare con i maestri ascesi accedendo all'akasha. Dopo tanti, troppi anni passati a nutrirmi di questo genere di informazioni ho iniziato a sentirmi, appunto, stordito. Ad un certo punto della mia vita ho notato che questo aderire ciecamente a quel corpo di credenze che chiamiamo spiritualità, mi stava rendendo sempre meno umano. Ho sentito la vita reale allontanarsi sempre di più, e ho visto aumentare quel senso di superiorità tipico di chi si occupa di queste cose strane, prendere gradualmente piede nelle mie relazioni con gli altri specie quelli che non si occupavano di spiritualità. La mia vita ad un tratto, anni fa, era diventata una banale e noiosa predizione di eventi in base a leggi che ritenevo perfette, immutabili e sempre affidabili. E sebbene molto di quello che accadeva sembrasse davvero soggetto a leggi e principii c'era sempre qualcosa che non si conformava, quell'un per cento, il fattore X. Fu solo quando, dietro suggerimento di una mia insegnante, lasciai andare il tentativo di capire e controllare tutto, che mi si palesò il fatto che, realmente, non sappiamo nulla. Tracciamo mappe ipotetiche di un territorio in continua trasformazione, cercando variabili fisse che non emergono mai. Ci convinciamo di avere delle risposte ma, in realtà, queste risposte non ci sono se non nella nostra testa. Queste presunte risposte nostre o mutuate dagli altri, le chiamiamo spiritualità. Con esse cerchiamo di dare un senso al mistero della nostra esistenza. Ma io comincio a credere che questo mistero, non si possa 'comprendere', ma solo vivere a fondo, sentire. Credo che questo mistero possa solo essere navigato.

"Vi è una sola esperienza. Che cosa sono le esperienze del mondo se non quelle basate sul 'falso io'? Chiedete all'uomo che ha il più grande successo del mondo se conosce il suo Sè. Vi risponderà di no. Che cosa si può conoscere se non si conosce il Sè? Tutto il sapere umano è costruito su queste fragili fondamenta"

(Ramana Maharshi)

lunedì 4 luglio 2016

Sul presente, sull'attenzione e su atma-vichara

Il 'presente' è quella cosa curiosa di cui tutti parlano e che sfugge costantemente a una possibile definizione, il punto focale attorno al quale ruota tutta una serie di insegnamenti, di storie che ci vengono raccontate sulla 'spiritualità'. Il presente si trova dirigendo lo strumento più importante che abbiamo, l'attenzione, su ciò che c'è in questo momento. Credo che l'attenzione sia una tra le più importanti delle nostre facoltà, spesso la meno sviluppata, la meno compresa. Sono cresciuto in una cultura che attribuiva tutta l'importanza alla mente, al fermare la mente, e al controllo delle emozioni, e io stesso ho ritenuto fondamentale capire e spiegare metodi e pratiche che cercassero di risolvere questo dilemma del come uscire dalla mente, dal pensare, dal caos incontrollato della vita psichica. Questo è andato avanti per anni fin quando non ho incontrato alcuni insegnamenti e insegnanti in carne ed ossa che derivavano da Ramana Maharshi, che è stato un genio di rara chiarezza, i quali mi hanno fatto gradualmente 'vedere' cosa fosse davvero questa mente a cui tutta la nostra cultura ascrive una importanza capitale, e cosa fossero davvero queste famigerate emozioni, ossessione dei nostri tempi. Dopo anni di lavoro, di studio e ruminazione, mi si è palesata una difficile verità. La mente non è che un meccanismo, così come la nostra cosiddetta personalità, e le emozioni non sono altro che espressioni fisiche di questo meccanismo. E' un meccanismo antico, certo, e con milioni di piccoli meccanismi segreti, ma di suo, non ha alcuna intelligenza. Tende a replicare ciò che ha appreso ed ereditato un po' qua e un po' là. Ed è curioso quanto poco valore desse Ramana a questo vasto intrico di sottoprogrammi, quanto poca attenzione ponesse su tutto ciò che era il reame della mente, e quanto invece ponesse il fuoco su quella fatidica domanda 'chi sono io?', domanda che costringeva le persone a fare 'attenzione' a questo qualcosa che chiamava se stesso io. E il metodo da lui proposto 'atma vichara', l'auto-indagine, non è altro che un continuo tentativo di dirigere la propria attenzione a questo qualcosa, fino a scoprire cosa davvero questo 'io' sia. Ed è proprio l'attenzione che il presente richiede. Studiando il Qigong mi è stato poi fatto capire che l'attenzione nutre e dà energia a qualsiasi cosa sulla quale essa si focalizzi. Durante i periodi di trasformazione, quando la mente si alterava a causa di qualche lavoro che stavo facendo, mi era fastidiosamente palese che se mettevo l'attenzione sul 'casino', identificandomici, il casino aumentava. Ma mi era fortunatamente stata insegnata questa piccola, semplice pratica, l'atto del chiedermi 'chi sono io?' e dello spostare l'attenzione su quella sottile, fugace sensazione di pura presenza che aveva appreso a chiamare se stessa 'io'. E sentendo 'io' ho sempre trovato solo il presente, questo flusso ininterrotto, questa vastità di esistenza che non era turbata dall'apparente disastro in cui mi capitava di trovarmi. Questa pratica era l'ossatura di quello che Lester Levenson chiamava "rilasciare", un atto interiore nel quale cercavamo di accorgerci che al di sotto di tutta la coltre di ansie, paure, desideri smodati, attaccamenti e avversioni, c'era qualcosa che non era mai toccato da tutto questo. Questa pratica mi ha insegnato ad accorgermi del momento nel quale sorgevano un attaccamento, una avversione e in generale tutti i pensieri: sempre nel momento in cui non guardavo l'adesso. Ogni volta che mi perdevo in ricordi nostalgici, o in futuri artificiali, bastava ricordarmi di chiedermi 'chi sono io', e porre l'attenzione su quella flebile presenza per attutire e spegnere la sete d'altrove alla quale la mente mi sottoponeva. Ed ha funzionato. Sempre. Così ho incontrato il presente. Imparando a dirigere costantemente l'attenzione, a sottrarla dalle mille seduzioni a cui era sottoposta e riportandola costantemente qui, all'io. Man mano che lo facevo ho potuto notare come alcuni tratti disfunzionali di questo meccanismo che chiamiamo la personalità, abbiano negli anni perso intensità, fino a sparire del tutto. Altri sono sopravvissuti ma gradualmente si stanno arrendendo al fuoco dell'attenzione focalizzata.  E man mano si è fatta spazio quella sensazione di equanimità, come risultato di questo lavoro, quella sensazione di vastità, di mancanza di limiti che andando avanti si rivela il più prezioso dei consiglieri, il più amorevole degli alleati. E ho finalmente fatto pace col fatto che forse questa 'cosa' chiamata ego o personalità, non morirà mai davvero del tutto, e non è detto che debba farlo. Ho rinunciato all'ansia di uscirne a tutti i costi, sostituendola invece con una semplice constatazione: non è importante essere perfetti, o essere diversi da quello che si è, ma è infinitamente più importante non credere ciecamente di essere solo quello.

"Non rinunciate al karma. Non potreste farlo. Rinunciate invece all'idea di essere l'autore delle vostre azioni. Il karma continuerà automaticamente oppure vi abbandonerà. Siete sempre nel Sè, con o senza karma" 

- Ramana Maharshi-

martedì 21 giugno 2016

Desiderio di avere, desiderio di non avere, fede

Ogni volta che vuoi qualcosa, che sia materiale o spirituale, ogni volta che fissi un obiettivo nel futuro e inizi ad adoperarti per ottenerlo, dentro di te nascono due movimenti opposti. Uno è il desiderio di avere, l'anelito alla realizzazione materiale o spirituale. Il secondo, e più nascosto, è il desiderio di non avere. Lester Levenson li etichettava come attaccamenti e avversioni. A uno sguardo superficiale potrebbe sembrare che il secondo debba essere eliminato e mantenuto il primo, che sia logico e razionale mantenere solo ed esclusivamente la tensione verso l'avere, eppure anche quell'attaccamento nasconde dei tranelli. Il desiderio di avere nasconde sempre la possibilità che a volere non sia altro che una memoria, del passato, della genealogia, della cultura, della società cui appartieni. Questo ti metterebbe nella condizione di lottare e affaticarti per qualcosa di cui non hai realmente desiderio né bisogno, e ti metterebbe nella difficile condizione di doverti sbarazzare di quello che hai desiderato tanto a lungo, una volta ottenuto. Il desiderio di non avere nasce invece dalla struttura auto-conservativa dell'ego. Non c'è niente che faccia più paura all'ego del cambiamento, della sua scomposizione e morte. E non c'è nulla che a molti di noi faccia più paura del riuscire. Sì, del riuscire proprio in ciò che desideriamo. La riuscita è temuta tanto quanto la non riuscita. Per motivi diversi, certo, eppure ambedue stranamente giocano un ruolo determinante nell'impedire alla realtà di modificarsi in una certa direzione. Quando siamo posti di fronte all'evidenza di un obiettivo che perseguiamo da una vita e che sembra non arrivare mai, quando qualcosa che stiamo cercando di far avverare non si verifica, e il continuare a perseguirlo ci consuma, questo ci sta dicendo qualcosa del rapporto che esiste in noi fra le due forze contrastanti. Consiglio sempre di iniziare a rilasciare prima la paura della riuscita e del cambiamento, che inizia ad essere nettamente percepibile quando ci immaginiamo 'arrivati' a destinazione. Ogni volta che immaginiamo una guarigione, un ottenimento o un traguardo 'spirituale' che perseguiamo da anni ma non riusciamo a raggiungere, in quel vederci lì c'è sempre un piccolo, impercettibile movimento di terrore, una flebile voce che dice 'non è possibile', 'non accadrà mai'. E questo è un punto d'entrata essenziale per il lavoro di rilascio. Attraverso questa flebile voce parlano centinaia di migliaia di differenti pezzetti di inconscio, personale e collettivo, che l'atto della pura presenza ha il potere di dissolvere. Poi si prosegue con la paura di non avere, con l'immaginare che non avremo mai quello che vogliamo, e questo basterà a tirare su tanti e tanti altri pezzi di dolore non processato, abbastanza rapidamente. Anche questo è qualcosa che va visto, reso cosciente, e rilasciato gradualmente. Questo rilasciare attaccamenti e avversioni è un modo di dissolvere tutti i punti di vista attorno a qualcosa che vogliamo fortemente. E Lester aggiungeva che lo scopo non è certamente quello di far accadere per forza qualcosa (altro attaccamento), ma di giungere ad uno stato di equanimità che potremmo anche chiamare 'fede'. A quel punto l'avere o il non avere ci lascerà indifferenti, e molto di ciò che abbiamo voluto tenderà a realizzarsi spontaneamente secondo un disegno molto più intelligente di quello che avremmo potuto pensare.

giovedì 2 giugno 2016

Il ritorno del bisogno d'approvazione

La causa primaria del bisogno di approvazione è l'assoluta incapacità di creare e usare energia da sè stessi e il rifiuto di bastare a sè stessi. Veniamo educati a cercare l'altra metà della mela e a stare a un livello medio di energia tollerabile dal mondo là fuori. Ci viene spiegato che senza gli altri non possiamo nulla, non siamo nulla. Ci viene detto che se i nostri pensieri e le nostre intuizioni non sono confermati da qualcuno di 'più grande' e 'più saggio' di noi non valgono niente. Questo genera ogni sorta di deviazione nevrotica: dipendenze, attaccamenti, soap-opera, pensiero omologato, continui confronti con il prossimo, incapacità di scelte autonome, citazionismo e nozionismo incontrollati (lo ha detto lui, quindi se lo penso anche io è giusto). Ci rende incapaci di originalità perchè se questa originalità non è sostenuta e approvata dall'esterno, da un gruppo di persone, o confermata da qualche 'grande' universalmente riconosciuto, non abbiamo il coraggio di esprimerla. Il bisogno di approvazione rende la mente agitata, perchè la mente, nella solitudine e nella quiete inizia a star male a generare ansie, paura, bisogni.
Una volta scrissi questo articolo
considerando il bisogno di approvazione e attenzione uno dei veleni più pericolosi, ma alla lunga mi sono reso conto che è in assoluto il più pericoloso. Tra le sue tante declinazioni troviamo il tentativo di provocare continuamente conflitti, la critica (anche costruttiva), alcuni tipi di malattia, vari tipi di atteggiamenti seduttivi, manipolativi e controllanti, il voler discutere e argomentare su tutto senza dire niente di utile, il volersi sempre porre al di sopra (o al di sotto). Ecco perchè ritengo che sia utile sottolinearlo ancora, e curarlo quanto prima. E a mio avviso imparare a stare bene da soli, a tacere ed essenzialmente ad essere in pace con ciò che si ha e si è, è la cura più veloce per questa malattia.

lunedì 30 maggio 2016

La rivoluzione silenziosa


Quello che cerchi è molto semplice.
Così semplice da essere poco interessante, così umile da essere quasi invisibile. 
Eppure è una rivoluzione. 
Una rivoluzione silenziosa. 
In essa non c'è nulla di spirituale, nulla di mistico, di cosmico, di sovrannaturale. Sebbene possano accadere fenomeni di questo genere, non è di essi che ti devi occupare. 
La rivoluzione è gentile, spaziosa, permissiva. 
Essa abbraccia e include. 
Essa cura, rettifica, riscrive, senza che tu debba preoccuparti di nulla. 
La rivoluzione inizierà quando inizierai a guardare la tua vita e colui che la sta vivendo. 
E quest'atto del guardare ti porterà dentro la vita stessa e oltre la vita stessa. 
E vedrai te stesso, la vita e gli 'altri' da un nuovo punto di vista, l'unico dal quale valga davvero la pena  di guardare. 
A quel punto, quando avrai guardato, visto e sentito, qualsiasi cosa perderà importanza e tutto diverrà estremamente importante. 
Non cercherai più di evangelizzare, tacerai. 
Non cercherai più di convincere, saprai. 
Non dirai più, emanerai. 
A quel punto, nel silenzio, avrai compiuto la tua vera rivoluzione. 

giovedì 19 maggio 2016

Che il tuo guru ti deluda

La miglior cosa che possa accadere a un praticante assiduo e fervente di 'cose spirituali' è che il suo guru lo deluda. Quando vedrà, come è accaduto a me più volte, che chiunque si atteggi a 'divinità incarnata', 'maestro asceso' o 'condottiero dello spirito' mosso da chissà quali entità risvegliate, è in realtà un semplice umano con problemi e mancanze, soggetto ad errori come chiunque altro (a volte di più di chiunque altro), dopo una prima crisi sarà forse portato a vedere meglio e con più coscienza tutta la questione della spiritualità. Ritirando la proiezione di potere su un altro essere umano autoprocalamatosi maestro, forse si accorgerà che quel 'maestro' altro non era che un tentativo del suo stesso sè di insegnargli qualcosa. A quel punto forse si accorgerà che è tutta la sua vita a insegnargli costantemente, che è il suo sè a parlare con lui. Nessun testo sacro potrà farlo meglio. Nessuna persona reale potrà dargli una iniziazione migliore di quella offertagli dalla sua esperienza pratica. E forse alla fine si renderà conto di non aver davvero bisogno di nessun maestro se non quello che sorge da dentro, dal silenzio, dall'osservazione, dall'intensità di ogni momento della propria vita.

mercoledì 11 maggio 2016

Un atteggiamento yin

"Ogni tanto considera un atteggiamento yin come il più saggio da adottare..."

"in che senso?"

"Smetti di fare, smetti lottare, smetti di spiegare... soprattutto di spiegare..."

"cioè?"

"quando qualcuno non ti crede tu non giustificarti! Quando qualcuno si oppone tu non resistere e non difenderti. Perchè in primo luogo dovresti volerti difendere? Perchè parlare..."

"se non parlo come darò il mio contributo? Come parteciperò alla vita sociale, alle discussioni a ciò che il mondo mi chiede?"

"Facendo silenzio. Essendo il vuoto. In quel vuoto c'è tutta l'espressione e l'energia dell'essere, tutta la tua partecipazione con la vita. La vita non ha bisogno che tu faccia di più, ma che tu sia di più. Si parla tantissimo in questo momento, ma si dice veramente poco. Quando sei spinto a parlare, a dimostrare ,chi è che vuole farlo? Si fa presto a dire 'IO' ma quell'IO è un coacervo di programmi automatici dai quali non puoi essere libero. Avete bisogno di dire, di parlare, di dimostrare... è una dipendenza che non vi lascia mai liberi. E la chiamate discussione, dibattito, ma in realtà è solo la mente che vuole perdere tempo in giochi della mente, in cerchi dai quali non si può mai usicre. Nel silenzio invece trovereste molte risposte, fuori da quella chiacchiera continua.  E tu... quanto ancora vuoi parlare?"

"e si può essere senza fare? Si può comunicare senza parlare?"

"E' quello che stiamo cercando di insegnarti. Nell'assenza di movimento sei di più. Nello stare senza reagire sei di più. Nel non parlare puoi 'emanare' di più e a quel punto le persone si nutriranno di energia e non più di parole e le discussioni, i dibattiti cesseranno. Dopo che avrai raggiunto la calma e l'equanimità, nella disciplina che ti sei dato, tutta l'energia sparsa in mille pensieri e mille emozioni caotiche e centomila parole prive di energia, sarà raccolta in un unico punto focale, un'unica riserva semi-illimitata. A quel punto qualsiasi parola avrà impatto. Qualsiasi pensiero avrà peso. Ma non prima. Prima sarai solo un pupazzo nelle mani della mente. Dopo, dopo sì che arriverà l'intensità e comprenderai il senso del fare senza fare, di essere di più facendo molto di meno."


venerdì 29 aprile 2016

Yiyuanti, i limiti, la realizzazione personale

Yiyuanti è una parola cinese, coniata da Pang Ming (ideatore del Zhineng Qigong) per definire un particolare 'stato' trascendente. E' uno stato di assenza di mente e contemporaneamente di espansione nel tutto. E' usata per indicare sia l'energia della mente che tutto permea, sia lo stato necessario a percepire questa espansione e connessione. Incidentalmente lo stato 'Yiyuanti' passa per la graduale e progressiva rinuncia a tutto il proprio pensare compulsivo. In quello stato di assenza di mente possiamo dare dei comandi a Yiyuanti, qualsiasi comando, affinché realizzi qualunque nostro bisogno e desiderio, nel fisico e nel mondo. Quando questo non si realizza significa unicamente che il lago della nostra mente non è abbastanza calmo.  Quindi il lavoro principale non sta tanto nel 'chiedere' quanto nel 'togliere' immondizia e trovarci gradualmente fuori dal pensare compulsivo e dai tentativi di controllo. Questo è uno degli scopi più alti della pratica del Qigong, ma anche di una pratica spirituale qualsivoglia. Nel crescere si realizza la potenza del proprio pensare e la necessità totale di tenere sotto controllo ciò che entra ed esce dalla nostra testa. Ogni voce, ogni suono, ogni emozione, dentro allo schermo proiettivo di Yiyuanti può virtualmente modificare la realtà in una o nell'altra direzione. Quando Yiyuanti inizia a funzionare saremo tentati di pilotare la realtà a nostro esclusivo favore, a chiedere cose per noi che ci possano rendere felici. Questo è l'inizio del 'lato oscuro' mirabilmente descritto nella saga di Star Wars. E per un po' accadrà che avremo delle cose che ci faranno sentire soddisfatti, potenti, ricchi. Per un po'. Poi col tempo capiremo che forse pensare solo a noi stessi può non essere così soddisfacente come pensavamo e inizieremo a espandere la nostra capacità di aiutare altri. E' così che si diventa terapeuti, insegnanti e guaritori. E' così che ci si accorge che dare agli altri è un  modo nettamente più soddisfacente di usare Yiyuanti, la verità di ciò che siamo.  Questo atteggiamento, col tempo, tenderà ad allentare le morse dell'ego, la tendenza ad essere centrati solo su noi stessi e a considerare la realtà da un unico punto di vista. Questo accade ogni qualvolta ci mettiamo a servizio per aiutare disinteressatamente qualcuno. E questo genera apertura e connessione ancora maggiori con Yiyuanti, genera una energia nettamente superiore. Per aprirsi davvero all'energia è necessario fare per gli altri, e farlo in maniera del tutto spontanea, disinteressata, e priva di attaccamento ai risultati. Per aprirsi maggiormente a Yiyuanti occorre rinunciare a tutti i nostri limiti e a ciò che crediamo di essere o volere. E, credetemi, non è così semplice farlo, perché quei limiti sono l'identità a cui siamo affezionati e ce la metteranno tutta per sopravvivere. Ma col tempo e con la pratica la mente inizierà a calmarsi, e inizieremo a percepire desideri più sani, reali. Prima di avere un desiderio davvero sano, ispirato dal sé, occorrerà aver smesso di nutrire un migliaio di desideri insani, piccoli, egoistici ai quali davamo tantissima importanza. Yiyuanti ha una sua saggezza intrinseca che non dipende e, anzi, è impedita dalla personalità e del pensare. Tutto ciò che serve viene recapitato se smettiamo di agitare le acque. Occorre un unico pensiero lucido privo di dubbi, e un pensiero del genere non può che essere frutto di un lungo lavoro di sgrossatura del superfluo e di ciò che rema contro. E ad un tratto ci si troverà differenti, più espansi, più larghi, con più 'cose' nella vita, comprese molte di quelle che volevamo, ma anche con meno desideri prodotti dall'ego e dalla sua sete insaziabile di cose nel mondo. D' un tratto ci si troverà sazi. E ciò che ci avrà saziato non saranno le 'cose' del mondo, delle quali avremo sempre meno bisogno, ma la sensazione perenne di pace, la netta impressione di essere uniti a qualcosa di molto più vasto di noi, qualcosa che è noi e contemporaneamente non-noi. Questo è per me il senso di una pratica spirituale, e questa per me è la vera realizzazione personale.



domenica 17 aprile 2016

Quando la realtà ti provoca

Uso il mondo come un esercizio continuo. Vedo le reazioni delle persone alle cose che accadono e ascolto i loro riverberi dentro di me, sento le loro voci diventare la mia, e le loro guerre diventare qualcosa di personale, che mi riguarda. Mi sento spinto a dire, a reagire, a esprimere un'opinione, a fare, a schierarmi. Lo sento. Ascolto il vento delle emozioni che mi trascina. Ogni tanto appare qualcuno là fuori che rappresenta qualcosa di me che non vedevo da tempo, un vecchio nemico, il bisogno di approvazione. Credevo di esserne fuori ormai... non ne ero già fuori? Sì?? Pensavi di aver finito di lavorare? Pensavi di essere arrivato chissà dove? Ma non lo sai che la sfocatura ha milioni di strati? Non lo hai ancora capito che ogni strato della sfocatura è uno strato di auto-inganno e che ogni volta penserai di avercela fatta e di esserne uscito? Già... ogni volta che ti sembra di essere arrivato in cima appare qualcuno che ti dà un calcio e ti butta giù, e questo è quello che fa la sfocatura. E' l'allenatore. E' il caporale esigente. E ogni volta si rilascia, si trasforma e si risale. E' il mio lavoro. E così è il mondo là fuori, inerziale, mosso dall'inconscio e dalle sfocature individuali e collettive. Così è l'esterno, una marionetta i cui fili invisibili stanno nel non visto, nel non curato aspetto di ciascuno di noi. Quindi mi ricordo la prospettiva. Faccio nuovamente attenzione a quello che ho imparato, a quello che mi hanno insegnato e quello che ho scoperto da me. Niente è un caso. Vedo cadere questa nobile intenzione tutte le volte che reagisco all'esterno e credo che ci sia qualcosa da dire, da fare, da capire, un azione 'giusta' da intraprendere e una 'sbagliata' da evitare. Ma poi ricordo la prospettiva. Non c'è giusto o sbagliato, ma azioni ispirate e altre che non lo sono. C'è lo spirito, e c'è la mente. C'è l'amore, o la paura. Mi ricordo allora che l'ispirazione sorge dal silenzio interiore, dal non schierarsi,  dal non dire, dal contenere, dall'atteggiamento Yin, e mi ricordo che esiste una modalità Yang della sfocatura che è quella di mantenere la tua attenzione all'esterno, dove ogni pensiero ed ogni parola può potenzialmente portarti via quintali di energia. Mi ricordo che l'ispirazione può esserci solo nella centratura, nella calma mentale, nell'assenza di emozioni trascinanti e nella piena intensità. Oggi mi basta ricordarlo per accendere il mio campo yin di attenzione e accedere alla quiete dietro i pensieri e le emozioni, ed ogni giorno che passa è più facile. Ma non è sempre così, specialmente quelle volte in cui la mia sfocatura produce delusione, rammarico, separazione, distanza dagli altri. Non è semplice voler essere pace quando sembra che qualcuno ti stia attaccando, e pensi di aver ragione, e di dover dire, fare qualcosa, nel pieno della coesione coi tuoi stati alterati. Ma uso anche questo come esercizio, quando riesco a ricordarmi di me. Vedo la mia voglia di avere ragione, la mia voglia di dimostrare che io sono superiore agli altri. Vedo quella posizione nella quale io ho scoperto una verità, io sto avanti e gli altri stanno indietro. Vedo me su un trono che giudico tutti gli altri, che stanno sbagliando! E ascolto tutte le emozioni e i pensieri che questo mi provoca. Rimango fermo. Un campo di attenzione focalizzata, perpetua, progressiva, amplificata. Ad un tratto avviene lo spostamento. Non sono più quello che recita quella pantomima, ma sono qualcos'altro, una vastità dietro i fenomeni, gentile e accogliente. Sono quella pienezza. Sono quell'assenza di mete. Sono il senza scopo. Sono la totale inutilità di ogni comprensione intellettuale e la caduta di ogni opinione personale. Sono pace. Dura qualche ora, quella pace così profonda, e poi qualcuno dice qualcosa là fuori e sento di nuovo nascere la perturbazione della rabbia, dell'identificazione, del voler avere ragione. La realtà non la smette mai di provocarti, ecco perché non si finisce mai di lavorare.

lunedì 11 aprile 2016

Resistenze

Qualcuno esprime un'opinione contraria alla tua, o nega la verità di qualcosa che hai affermato. E immediatamente devi dire la tua.
Qualcuno scrive qualcosa su facebook, senti che per te non è così, che non sei d'accordo, e immediatamente passi al commento compulsivo.
Qualcuno fa qualcosa che ti fa arrabbiare, ti irrigidisce, e tu passi in modalità reattiva nell'arco di un nanosecondo, perdendo qualsiasi punto di riferimento della tua centratura.
Il mondo ti provoca e tu reagisci immediatamente. Non hai il tempo di pensare, di staccarti da ciò che accade e di lasciar fluire. Non hai tempo di processare la reazione automatica e farla divenire risposta cosciente perché, fino ad ora, nessuno ti ci aveva fatto fare caso. E così il mondo continua a provocarti, attraverso istigazioni, seduzioni, ammiccamenti, lusinghe, e tu sei come una barca alla deriva, sballottata dal salire e scendere delle onde emotive, senza alcun controllo. Ci sono mille principii che difendi a spada tratta e che credi essere i capisaldi della tua 'personalità' i quali, ugualmente, funzionano da attivatori della reazione automatica. Ciò in cui credi. Le giuste cause. La giusta indignazione. La difesa dei tuoi valori e dei tuoi diritti. La tua storia personale che abbracci e coccoli come un prezioso cimelio, i tuoi principii spirituali. Potresti arrivare a immaginare di intraprendere un qualche tipo di percorso, iniziando la tua trafila di libri, pratiche, meditazioni, mantra, mudra, asana, preghiere, riti, incensini, e chi più ne ha più ne metta. Ti attivi e ti sbatti a favore e in difesa di tutto ciò, e questo ti porta via energia, tempo, risorse, e non sei un grammo più felice di quando hai iniziato a percorrere questa lunga e tortuosa strada. E poi arriva qualcuno, dall'altra parte della barricata che ti fa osservare che semplicemente puoi lasciar andare tutto questo ed essere pace, ti dice che c'è un altro modo di vivere, che puoi sperimentare una realtà priva di conflitto, sofferenza, priva di nemici e di proprietà da difendere. Ma devi abbandonare tutto questo. E tu recalcitri. Tu vuoi difendere il tuo terreno, le tue preziosissime opinioni. Vuoi difendere la tua rabbia, il tuo rancore, la tua giusta indignazione, combattere le tue sante guerre e percorrere le tue vie nel conflitto, nella separazione. E allora quel qualcuno dall'altra parte ti pone quella domanda apparentemente banale che inizia a scardinare la tua cosiddetta personalità a cui sei così tanto affezionato: "Chi sei tu? Chi è colui che combatte queste grandi cause?" E tu sarai tentato di dire 'IO', con la fierezza di un campione, tronfio delle sue conquiste. Quel qualcuno allora suggerirebbe guardandoti dritto negli occhi "... e se ti dicessi che quell'io non esiste ed è soltanto un'accozzaglia di forme pensiero, costrutti psichici e aggregati senza alcun significato? E se ti dicessi che per avere una vita priva di sofferenza è proprio quell'io che devi disgregare e abbandonare?" Tu allora diresti che l'Io serve, che senza l'io non si può vivere, che si diventa matti senza, e che sono favole quelle che affermano che si possa vivere senza il senso dell'io. E ancora una volta sarebbe una reazione emotiva automatica a parlare e non 'tu'. Devi farlo, perché senti un senso di minaccia, perché qualcosa inizia a muoversi e a reagire dentro di te proprio nel momento esatto in cui ti si dice che puoi abbandonare quell'identificazione. Ti arrabbieresti, sbraiteresti e ti gireresti dall'altra parte sconsolato perché "sta roba spirituale so' tutte cazzate" e, almeno fino alla prossima possibilità che ti sarà offerta (e saranno infinite, tranquillo), il tizio dall'altra parte della barricata ti guarderà allontanarti in una nuvola di polvere, dicendo fra sé e sé "prima o poi lo capirà, diamogli tempo" e poi scomparirà, tornando da dove è venuto.

giovedì 31 marzo 2016

Ego sì .. Ego no

Ricevo:

Caro Andrea, sono qui di nuovo a scriverti perchè durante ciascuna delle conferenze ti ho sentito menzionare il “problema" dell’ego ogni volta e ho ogni volta come una morsa nello stomaco a dirmi.... che si.. c’è qualcosa che mi non quadra.... Dal punto di vista della dualità.. non  è forse anche quella l’ennesima illusione da rilasciare? Non siamo già noi ciò che stiamo cercando? Che bisogno c’è di lottare contro qualcosa che in definitiva non esiste? Inoltre mi hanno detto che l’ego è utile a vivere in questo mondo...... perciò non  sarebbe pericoloso esistere senza? Perchè mai io dovrei sbarazzarmene? Ecco non ti nego un certo quale fastidio alla tua insistenza su questo argomento...”

Rispondo:
Il problema dell’ego è molto più che un semplice punto di vista o un pensiero da rilasciare. Se fosse così semplice probabilmente non ci sarebbero in tutta la storia della spiritualità, centinaia di differenti maestri e tradizioni che non soltanto ci hanno messo in guardia ma che ci hanno anche consegnato migliaia di metodi per far fronte a questo ‘problema’. Se fosse così facile non ci sarebbe bisogno di nessun percorso, sperimenteremmo tutti lo stato di unione col sè e tutto ciò che questo comporta, e non ci sarebbero percorsi da fare per ‘giungere’ a conoscere ciò che come giustamente dici, già siamo.


Ma vedi, nessuno di noi, me compreso, dimora in quello stato permanentemente. Noi parliamo di quello stato, pensiamo a quello stato, leggiamo libri su quello stato e ci riempiamo la bocca di concetti presi da altri che descrivono quello stato, che però in molti di noi è ancora solo potenziale. Dal canto mio ho sperimentato quello stato diverse volte per periodi progressivamente più lunghi e, col tempo, sono arrivato a comprendere che proprio quell'ego che tu configuri come una banale ‘illusione’ mentale  è in realtà un costrutto molto più complesso e autoconsciente ed è la vera origine del problema della cosiddetta separazione da quello stato. L’ego è senz’altro una illusione ma una illusione molto ben strutturata e alla quale deleghiamo tutto il senso del nostro vivere a livelli davvero molto profondi, e questo è così finchè non facciamo un ‘lavoro’ per uscirne. Siamo totalmente identificati con questa forma pensiero (perchè quello è) totalmente disfunzionale la quale purtroppo, come un virus informatico, infetta e danneggia ogni nostra interazione con la ‘realtà’. Ora, il fatto che provi ‘fastidio’ al mio insistervi, per me significa che proprio il tuo ego sta resistendo. Resistere è una delle sue caratteristiche principali, oltre a quella di mettere in discussione, criticare e svalutare qualsiasi cosa possa metterlo davvero in pericolo. Come dice “Un corso in miracoli”, l’ego cerca per non trovare. Non vuole trovare nessuna reale risposta, nessuna reale forma di risveglio della coscienza, perchè ciò significherebbe la sua fine, dunque si incastra in mille dettagli, mille piccoli rivoli che gli - e ti - fanno perdere tempo, coscienza e possibilità. L’ego ama la complessità, i percorsi lunghi e complessi, i lunghissimi libri di ‘teoria, e aborre la semplice pratica della consapevolezza, dell’intensità nel momento presente. Funziona così per tutti, e in questo suo atteggiamento risiede il motivo per cui le cose non funzionano, i percorsi non danno risultati o vengono scelti percorsi spesso infruttuosi al fine della propria crescita. Questo è il motivo di tutte le tragedie e i disastri perpetrati dall’ego nelle sue varie forme e strutture per preservare se stesso. Certo io di questo non posso convincerti e non posso venderti un prodotto. Prima devi vederlo coi tuoi occhi perchè anche leggerlo su centinaia di libri non sarà mai abbastanza. Prima devi vedere come questa parte di te saboterà tutte le tue migliori intenzioni, come giudicherà costantemente tutto e tutti per evidenziare la sua superiorità, prima dovrai trovarti costernato a testimoniare la sua crudeltà, il suo egoismo, la sua totale mancanza di attenzione e compassione per altri esseri umani. Prima di un certo momento, tutto ti sembrerà normale, tutto ti sembrerà logico e l’ego non ti ‘apparirà’ per così dire, poichè penserai - come ho fatto io per anni - di avere tutta la tua vita sotto controllo.  Penserai di essere tu e solo tu l’artefice della tua vita, e che ‘tu crei la tua realtà’ com’ero solito dire anche io, perchè non sai che anche quell’altra parte di te (Ego) sta creando realtà. Ma se fai un lavoro onesto su di te alla fine lo vedrai. Vedrai le quasi infinite seduzioni a cui questo programma cercherà di agganciarsi, allontanandoti da quello stato di ‘unione’ che è possibile solo rinunciando a qualsiasi polarizzazione, identificazione e punto di vista egoico. Vedrai la sua tendenza a remare controcorrente, a mettersi nei guai, a fare e a farsi del male attraverso ogni sorta di tendenza autodistruttiva, e a trovare mille e una giustificazioni al perchè comportarsi così. Vedrai la sua meccanicità, il suo fare sempre le stesse cose, il suo vivere sempre le stesse situazioni. Noi siamo già ciò che stiamo cercando, è vero. Tutavia non ne siamo coscientemente consapevoli. Non lo viviamo, almeno non permanentemente. Le nostre vite annegano in un mare di dolore, miseria e stupidaggini varie (la gran parte delle quali auto-inflitte) perciò, quando mi chiedi se c’è bisgono di lavorare (non “lottare”, che mi sembra molto poco produttivo) sul fatto di uscire dal punto di vista egoico, io dico: sì! Se mi chiedi se c’è bisogno di sforzo, io dico ‘sì’, non puoi farlo senza sforzarti e non basterà a nulla ripeterti anche un miliardo di volte al giorno frasi consolatorie, che tu sei Dio, che sei uno, che Dio ti ama, etc. "se non fai un preciso sforzo, per andare oltre quello sforzo, e arrivare a uno stato senza sforzo", al di fuori della forza centripeta, inerziale e attrattiva che l’ego ha. E non credo a nessuno di quelli che affermano che l’ego sia utile, che vada preservato per vivere su questo mondo, in questa realtà duale.  Ho visto in prima persona che uno stato privo di restrizioni egoiche, uno stato allargato che includa ‘tutto e tutti’ è quanto di più potente e utile ci sia per la vita su questo pianeta, è quello che penso sia il senso di ‘ama il prossimo tuo come te stesso’. Laddove non c’è più la ‘difesa’ di un ‘me’ fittizio, cessano anche tutti gli attacchi dal mondo esterno, e  cessa ogni bisogno di provocare e ricevere dolore. E’ senz’altro uno stato che voglio rendere permanente per me stesso e per quelli che ho intorno, e presumo sia questo il senso di un vero percorso spirituale. E’ pericoloso? Sai ne ho sentite di tutti i colori, che si rischia di impazzire senza ego, che si diventa amorfi, stupidi, privi di forza di volontà, che non si hanno più desideri, che la vita perde colore senza ‘Ego’. Ma, vedi, io non intendo il lavorare sull’ego come la rimozione della personalità tutta o l’esistere come un’entità amorfa priva di confini. Io mi riferisco a un lavoro sull’ego teso a dissolvere i lati disfunzionali del cosiddetto ‘io’, le sue abitudini e tendenze negative, lamentose, stressanti, autocentriche. Vi includo anche un lavoro sui pensieri, sulla mente distratta e deconcentrata e sul disperdersi in chiacchiere e pensieri casuali. Intendo un lavoro profondo sul corpo emozionale e sull’energia. Intendo un profondo lavoro di depurazione dal giudizio. E alla fine, solo alla fine dopo anni e anni di questa disciplina, possiamo arrivare a  ricevere la grazia di sperimentare stati di fusione col tutto, momenti, perchè di momenti si tratterà, di totale assenza del senso dell’io, ingressi temporanei nella pace perfetta, nella centratura e nello stato di equanimità. E ti assicuro che tutto è tranne che uno stato poco ‘vivo’, poco ‘intenso’ o poco 'interessante'. Ti assicuro che tutto è fuorchè uno stato ‘passivo’ e privo di ispirazione. Se la tua mente, o quella di qualcun altro, cerca di convincerti che è pericoloso vivere senza il nostro amico Ego è probabile che sia proprio lui a parlare e ad elevare pensieri a livello della coscienza di chi ti parla. Lo fa per non morire, lo fa  per evitare anche soltanto il primo e più debole pensiero riguardo al fatto che sia possibile sbarazzarsi di lui.

Ovviamente però questa è soltanto la mia posizione. Può darsi che io stia davvero esagerandoci su, ma credo anche che si insegni ciò che si ha più bisogno di imparare, quindi penso di continuare su questa strada. Un abbraccio.