lunedì 12 giugno 2017

Rumori di fondo

Sri Aurobindo metteva il silenzio mentale, la capacità di sganciarsi e di osservare in piena coscienza l'attività della mente, come primo passo del lavoro e, dopotutto, non posso che essere d'accordo con lui. Questo è il primo imprescindibile passaggio e anche forse uno dei più ostici. Di sicuro uno dei meno sottolineati. In un'epoca nella quale si cerca tanto l'effetto speciale, la dimostrazione, nella quale si condisce tutto con parole come "quantico" e "divino", in un momento storico in cui sta aumentando il rumore generato da promesse e chiacchiere, pochi si accorgono di quanto il silenzio interiore e la capacità di discriminare quali siano le forze che ci attraversano siano alla fine gli strumenti più importanti da coltivare. Siamo attraversati infatti da ogni genere di informazione a livello sottile, informazioni che provengono da tutto ciò cui siamo esposti giornalmente, ivi incluse le parole dei libri che leggiamo, dei nostri guru e insegnanti. Siamo esposti a ciò che accade nella società, in famiglia, nelle cerchie delle relazioni. Siamo esposti a forze collettive e quasi del tutto inconsce, a movimenti di energie che molti di noi possono solo immaginare. Tutto questo va a nutrire un rumore di fondo che fa da substrato a molta della nostra attività mentale. Un pensiero salta fuori da chissà dove, magari mosso da una di queste forze delle quali non sappiamo nulla, e diciamo 'io ho pensato questo'. Un impulso si fa vivo e inizia a spingere il corpo verso il suo compimento e diciamo 'io ho questo impulso'. Siamo davvero convinti che sia 'io' a star dietro a tutti questi fenomeni apparentemente fuori controllo, ma ad una osservazione più attenta prima o poi verrà fuori la triste verità. Questo 'io' che diciamo di essere ha pochissimo o quasi nessun potere sull'attività mentale, pochissima o nessuna influenza su certi impulsi irrazionali, men che meno sulle emozioni. Questo 'io' che diciamo di essere può al massimo arrivare a percepire questo rumore di fondo generato della sofferenza e dell'inconsapevolezza umana ma poi non sa che fare quando arriva a vedere a quella profondità, e spesso cade nel sonno, arrendendosi all'inconsapevolezza e all'impossibilità di sganciarsi da quel rumore così seduttivo. In realtà la maggior parte delle nostre azioni e dei nostri pensieri non sono nostri, ma emergono da quel marasma che continuamente ci attraversa. Il fatto che riteniamo ci sia un 'me' dietro quelle azioni e pensieri e il motivo per cui lo riteniamo si fanno chiari solo con la pratica del silenzio interiore, anche se possono volerci anni per accorgersi del subdolo meccanismo. Ogni volta che un pensiero o un impulso sorgono dal marasma, la nostra attenzione vi aderisce completamente e ci identifichiamo automaticamente con ciò che è sorto. Non mettiamo nemmeno in discussione la certezza che sono proprio 'io' ad aver avuto quel pensiero, 'io' ad avere quella spinta a fare qualcosa. In realtà ogni nostro pensiero e azione parlano sempre della nostra sfocatura e mai di quel presunto 'io' che vorremmo ingenuamente ritenere l'autore delle nostre azioni. In un primo tempo questo mi terrorizzava, perché mi accorgevo sempre di più che 'io' sembrava non avere una volontà propria, sembrava non avere davvero altra possibilità che non arrendersi all'inconsapevolezza ogni volta che qualcosa fuoriusciva dal rumore di fondo per presentarsi alla coscienza e reclamare attenzione. I primi tempi di pratica ricordo bene che il rumore aumentava a dismisura e si faceva insopportabile, come se, una volta guardato direttamente, chiedesse di essere visto con ancora più violenza. Nonostante tutto però, un potere questo 'io' lo aveva. Anzi due, mi accorsi. Il primo era che 'io' potevo sempre dirigere l'attenzione dove volevo e ritirarla da dove non volevo. Il secondo era che 'io' potevo mantenere una ferma intenzione anche laddove il rumore di fondo si faceva insostenibile. L'intenzione di non agganciarmi, di ricordarmi che 'io' non ero ciò che guardavo. Ed emergeva materiale, pensieri, emozioni, intuizioni, visioni, luci, colori, suoni, ricordi. E ad ogni strato che emergeva rinnovavo la mia intenzione di non agganciarmi e di non aderire alla storia che la mente sembrava raccontare, dando attenzione piuttosto che al pensiero e all'emozione del momento, a quello spazio gentile, accogliente e sempre presente sul cui sfondo sembrava agitarsi tutto questo mare di fenomeni. Con il tempo questo approccio iniziò a ridurre e dissolvere il rumore, portando a volte alla sua completa scomparsa. E il lavoro era più simile all'arare un campo piuttosto che al cercare di soddisfare ogni mia tendenza del momento, realizzare i miei desideri, o raggiungere illuminazione e risveglio. Soprattutto a un certo punto mi fu palese che il problema serio non era il raggiungimento del silenzio ma il riuscire a mantenerlo nella vita reale quando il rumore prodotto dalle circostanze si faceva assordante e tendeva a farmi cadere sempre di più in quello che era un lungo sogno dove la sensazione di 'io' si mescolava irrimediabilmente alle emozioni e ai pensieri che mi attraversavano. E un bel giorno di qualche anno fa mi si presentò agli occhi la cruda verità, che se non c'è in noi questa ferma determinazione di andare oltre questo rumore di fondo non siamo che pupazzi in mano all'inconsapevolezza. Ho dovuto vedere e toccare con mano il fatto che è un lavoro che va avanti tutta la vita, e che è solo da quei momenti di quiete che posso vedere quanti impulsi di origini differenti si agitano in quel marasma cercando di accampare diritti di proprietà e di spingere la vita in ogni direzione. Ed è solo in quella quiete che posso vedere davvero e con chiarezza da dove originano. E' un lavoro noioso, stancante, che non ha la pretesa di regalare salti quantici o miracoli improvvisi, ma è l'unico lavoro, a mio parere, in grado di regalare la facoltà di scelta sul proprio destino, sulla propria linea di vita. E' un lavoro che insegna a non aderire a ogni pensiero ed emozione, e che dopo anni mi ha fatto capire cosa intendesse Lester Levenson quando affermava che ogni pensiero e ogni emozione sono di fatto delle limitazioni, che ogni tendenza non è nient'altro che la nostra abitudine a rispondere a pensieri ed emozioni come se fossero nostri. E' il lavoro maestro che mi ha insegnato che fondamentalmente di 'mio', in me stesso, c'è davvero poco fin quando non imparo a dirigere l'attenzione e a rinnovare la purezza dell'intenzione di andare verso il silenzio. Non è stato un passaggio facile tuttavia. Ad ogni passetto in avanti che facevo c'era sempre più forte in me la voce della sfocatura che recalcitrava urlando "Questo non è giusto! Non è responsabile! Questi sono i tuoi pensieri, le tue storie, questo è tutto il tuo passato e quello dei tuoi antenati. Questo è ciò che tu sei! La sofferenza è normale! Questo è quello che fanno tutti, e chi sei tu per voler essere diverso? Che ne sarà di te senza tutto questo?". Ed era tutto vero. In quella massa di forze psichiche c'era tutto ciò in cui la gente credeva, e in cui io credevo fino a poco prima. C'erano tutte le soap opera, la violenza, l'ingiustizia, le credenze, i nemici, l'importanza personale, le condanne e le recriminazioni che ogni essere umano ascriveva alla vita, perchè 'così è la vita'. In quel guazzabuglio c'era la sommessa convinzione che nella vita non siamo che pupazzi in balia degli eventi e che questo non si può affatto cambiare. E qualche volta capita ancora che io ci creda, lo ammetto. Capita ancora che la sfocatura mi tenti a cadere nella convinzione che non abbiamo nessun potere. Ma un potere ce l'abbiamo, anzi ben due: il potere di dirigere l'attenzione e quello di rinnovare la nostra intenzione. Con il tempo e con la pratica quotidiana questi due potranno portarci fuori da ogni cosiddetto problema e magari, un giorno, scopriremo davvero cos'è quell''io' che credevamo di essere. 

sabato 13 maggio 2017

Perchè lo fai?

Perché fai un percorso 'spirituale'? Perché cerchi quello che cerchi? Rispondi onestamente. La maggior parte di noi vedrà, se osserva con sincerità, che il pensiero primario dietro il cercare è solo e soltanto lo 'stare meglio' o il 'risolvere un problema'. Crediamo che la spiritualità debba risolvere i nostri problemi fisici, psicologici, emotivi ed economici e, in un certo senso, ne avrebbe anche la possibilità. C'è anche chi cerca l'illuminazione, il risveglio, la consapevolezza, senza avere la minima idea di cosa significhi o con un'immagine mentale da fumetto ricavata da qualche libro. E dunque quando si diventa cercatori, come anche io sono stato per moltissimi anni (più di 20) il 'cercare' diventa compulsivo e irrefrenabile, ci sembra di aver trovato il motivo della nostra esistenza, appunto il cercare. Ogni nuovo corso regala un'ondata di adrenalina, di emozioni positive, risuoniamo con l'autore del momento, il conferenziere del momento, e viviamo una specie di innamoramento che è tanto più forte quanto più proiettiamo su quella figura tutte le nostre mancanze e i nostri vuoti. Tutti gli innamoramenti in fondo non sono che questo. Un ego a cui manca qualcosa e che cerca di completarsi attraverso un altro ego. E per un po' abbiamo anche quella chimica specifica dell'innamorarsi, quelle belle sensazioni. Lui è il mio guru, il mio maestro. Ho trovato ciò che cercavo. Ma in realtà non abbiamo 'trovato' proprio un bel niente, se non, forse, un altro piccolo tassello di qualcosa che era già integralmente e inevitabilmente dentro di noi. Poi arriva la progressiva disillusione, il guru ha dei difetti come tutti i normali esseri umani, la nostra aspettativa salvifica viene progressivamente delusa nella misura in cui scopriamo un normale umano, con qualche capacità e potere magari, ma pur sempre un umano. Le pratiche non le facciamo con costanza. Non ci piacciono le pratiche, sono faticose, ripetitive, noiose e non portano nessuna di quelle esperienze meravigliose di cui abbiamo letto sui libri, nessuno dei risultati che cercavamo. E allora a livello subconscio perdiamo interesse, e cambiamo percorso, cerchiamo un altro maestro, un altro libro, un’altra tecnica e ricominciamo tutto da capo. Di innamoramento in innamoramento, di delusione in delusione quello che facciamo è spostare la nostra attenzione su quello che verrà dopo e sulla forte sensazione di novità. Questo è ciò che facciamo con la spiritualità e, in linea di massima, con moltissime relazioni, ivi inclusa quindi quella con l'insegnante\guru\maestro. Questa è la via dell'ego che cerca per non trovare mai, cerca per avere 'belle sensazioni', effetti speciali, stati di rapimento mistico ed estatico. Ma, dopo tutti questi anni, ho dovuto arrendermi alla constatazione che tutti questi sono solo effetti collaterali di qualcosa di molto, molto più importante. Ed è qualcosa che non incontra molta popolarità, poiché stuzzica e irrita proprio il soggetto in questione. Lo dirò molto brevemente. Se non abbiamo accettato il totale sacrificio della nostra personalità, di quell'importanza personale che intossica ogni azione che facciamo, anche la più spirituale, non andremo molto lontano in quanto a crescita e a 'risultati'. Se non c'è un lavoro sul carattere e una progressiva disintegrazione delle forme pensiero di auto-referenzialità, egocentrismo, egoismo ed eccesso di 'me', se non si accetta di perdonare integralmente chi sembra averci ferito, se non si toglie importanza ai propri desideri, e se non si dà battaglia momento per momento alla sensazione di essere un io con il suo lato oscuro, non succederà mai assolutamente niente. Non sarà la nuova tecnica a guarirci, non sarà il nuovo guru, il nuovo risvegliato-neo-advaita o l'ultimo maestro di Qigong o meditazione a darci ciò che cerchiamo. Ciò che cerchiamo si trova solo distruggendo le pareti della cella in cui ci siamo più o meno consciamente confinati. Questa cella è la nostra personalità, e con essa la nostra importanza personale. Questa cella è il centro da dietro le cui sbarre osserviamo il mondo. Si chiama ego, la sensazione di essere qualcuno separato da tutto il resto. Coincide con la mente, con il pensare compulsivo, con l'analisi costante, la chiacchiera continua di 'cose spirituali' e ahimè coincide con il cercare. L'ego cerca per non trovare mai, appunto. In questo non vi è nulla di 'male'. Tuttavia questa non sembra a mio parere essere la via d'uscita. La via d'uscita è la resa totale e incondizionata delle proprie tendenze latenti e inconsce, un lavoro meticoloso, noioso, un lavoro assolutamente poco mistico e del tutto privo di fascino per l'ego che cerca innamoramenti e belle sensazioni. E dovremo andare anche oltre la ricerca di questi premi che pensiamo costituiscano il risultato della crescita interiore. Premi come la ricchezza, il lavoro dei tuoi sogni o l'anima gemella. Chi vi ha detto che questi sarebbero stati i risultati della ricerca vi ha mentito probabilmente, e se sono stato io a dirvelo vi chiedo scusa, anche io ero vittima di questo abbaglio. Poi ho capito, dopo molto lavoro, che i 'doni' che pure la coscienza elargisce, non sono altro che riflessi dell'espansione della nostra consapevolezza, che non sono lo scopo del percorso. E ho potuto appurare chiaramente che non c'è nulla da aspettarsi, nulla da cercare, c'è solo una parete da demolire per allargarsi, essere sempre più coscienti e percepire una fetta di realtà più vasta, con tutto quello che
ne consegue. E non fate l'errore che ho fatto io per anni di attaccarvi al maggior potere che deriva dalla vostra espansione di coscienza, non vi attaccate a quello che sembrate 'ricevere'. Non fate l'infantile errore di credere che Dio vi premi per gli sforzi che fate per essere buoni. A mio parere non c'è nessun Dio che ci premia perché siamo stati bravi a rinunciare all'ego, non c'è una ricompensa che qualcuno ci dona per aver neutralizzato il nostro karma negativo. Siamo noi che espandendoci permettiamo alla coscienza (che è ciò che siamo) di essere di più e che rinunciando ad attaccamenti, avversioni, opinioni e giudizi permettiamo all'infinito di penetrare dentro la nostra
esistenza. Ma abbiamo bisogno di rinunciare a tutto quello che crediamo sia un percorso spirituale e, cosa ancora più difficile e impopolare, abbiamo bisogno di iniziare ad amare la vita così come si presenta ai nostri occhi. So per esperienza diretta quanto questo possa sembrare difficile, so quanto possa dare fastidio e quanto nella nostra testa (la testa dell'ego) siano già partite tutta una serie di eccezioni giustissime per ciascuno di noi, che raccontano perché per noi è impossibile amare ciò che c'è in questo momento davanti a noi. Tuttavia la strada dell'equanimità è davvero l'unica che possa abbattere le mura di quella cella che ci siamo costruiti. Il nostro perché dovrebbe gradualmente essere trasformato da "lo faccio per ottenere un risultato" a "lo faccio perché sono stufo, esausto di essere 'io'". Io con tutti i miei desideri. Io con tutti i miei bene e male, con tutte le mie opinioni sulla realtà, sul mondo, sul risveglio e la spiritualità. Io con le mie dita puntate verso i miei persecutori e le mie braccia attorno ai miei innamoramenti, io spinto dai capricci della mia personalità. Per uscire dalla cella, questo 'io' deve avervi veramente stancato, nauseato, e questa nausea sarà nettamente percepibile solo ed esclusivamente quando avrete vissuto abbastanza delusioni e quando abbastanza innamoramenti saranno naufragati nel nulla di fatto. Forse quel giorno ne avrete piene le scatole, vi arrenderete del tutto alla vita così com'è e smetterete di investire la vostra 'ricerca' di aspettative infantili. E forse quel giorno le pareti della cella crolleranno con un fragoroso rumore lasciandovi attoniti di fronte a un nuovo stato di coscienza, un altro livello del videogioco, una dimensione più larga, sì, ma anche questa da lasciar andare.

 

mercoledì 12 aprile 2017

il grosso problema della non-dualità

Questo è il periodo della non dualità. Molti di noi ci sono cascati a piè pari. Siamo scesi nella profonda caverna del 'non esiste nulla', 'è tutto illusione', e ci condiamo la bocca con frasi come 'la realtà e la vita non hanno nessun senso perciò non preoccuparti di nulla', scimmiottando i vari 'guru' indiani o i testi sacri che si fanno portatori di questo messaggio che è contemporaneamente molto profondo e molto pericoloso. E' la moda più recente della spiritualità, e la sua deriva più insidiosa. Ad esempio vengono ritenute superflue ed illusorie tutte le pratiche, con la spiegazione che ogni metodo è comunque figlio dell'illusione e non farà che perpetrarla. I grandi dell'approccio non duale infatti vogliono far passare l'idea che quello stato è un accadimento spontaneo che avviene quando le catene dell'identificazione con l'ego si sono finalmente dissolte. Non è qualcosa che si può provocare. Non è qualcosa che si può 'cercare'. Eppure gli stessi continuano a tenere Satsang e corsi con migliaia di persone assetate dei loro discorsi, o anche soltanto della loro energia, dove basilarmente i partecipanti continuano a sentirsi dire sempre le stesse cose in attesa che questo risveglio spontaneo arrivi.... ciò ha portato molti 'adepti' e molta gente di mia conoscenza a una pericolosissima stasi e a una ancor più pericolosa fissazione. E io che mi ero avvicinato con interesse a questa prospettiva, mirabilmente descritta dal Vasistha Yoga e da Ramana Maharshi (che sono stati fra le mie letture più assidue per tantissimo tempo) ho iniziato ad un certo punto ad avere bisogno di fermarmi un attimo e di ascoltare quello strano cortocircuito che il mio essere avvertiva quando sentiva certe frasi. Pur se il fatto che tutta questa esistenza possa essere una mera illusione può essere vero in ultima analisi, il tutto non si può certo liquidare con quattro frasi messe in croce, negando di continuo la realtà delle cose e la gravità del dolore umano, o con ragionamenti furbi intorno al 'concetto' di illusione e dualità. Se siamo sinceri dobbiamo poi ammettere che questo stato oltre il duale, lo abbiamo finora solo 'letto' da qualche parte o 'ascoltato' da qualche guru, ma nessuno di noi lo ha davvero sperimentato. Esiste davvero quello stato? Come facciamo a saperlo? In tutta onestà non possiamo ancora affermare che esista davvero e non possiamo essere nemmeno tanto certi che non sia uno stato illusorio (o allucinatorio) anch'esso, o che non ci sia qualcos'altro dopo. Quindi in buona sostanza a parte le chiacchiere, che ne sappiamo davvero? Vedo e leggo di gente che non fa che indicare, con una logica stringente per carità, quanto tutto quello che esiste non abbia alcun senso, nessuna sostanza, e quindi nessun valore. E per me, al momento, questo è un atteggiamento molto, molto pericoloso, molto vicino al nichilismo. Inoltre credo che, ammesso che esista, il punto d'arrivo (una coscienza non duale) sia praticamente impossibile per la maggior parte di noi se non viene compiuto un lavoro, uno sforzo per uscire da quella identificazione con l'ego che sembra essere l'ostacolo principale. E a quelli che hanno avuto il coraggio di dirmi che non è così ho sempre chiesto: tu sei nella non dualità? Senza ottenere mai una risposta positiva. Ascolto e leggo persone che sbandierano a tutti in lungo e in largo sul web che l'ego non esiste ed è anch'esso una illusione, che tutto il lavoro per uscirne sarebbe dunque anch'esso illusorio. E dentro di me si va formando sempre di più la profonda sensazione che tutto questo sia solo un mero parlare frutto proprio di un ego ipertrofico che ha trovato un nuovo modo per sembrare 'migliore'. Per il resto credo proprio che un percorso sia necessario per la stragrande maggioranza di noi, che una serie di 'passi' o almeno di punti di riferimento siano imprescindibili per non perdersi in un mare di autosuggestioni su cosa sia o non sia la realtà.

"Non si porrà mai fine alla grande battaglia contro la dualità dichiarandone l’impossibilità, o negando le varie apparenze a essa attribuite e definendole irreali. È ancora più inutile ridicolizzare ogni affermazione scritta o pronunciata che parli di dualità, o che sembri fare uso di espressioni dualistiche per spiegare qualcosa. Negare la realtà della dualità non è abbastanza. Non percepiamo la dissoluzione dell’apparenza finché non scopriamo con precisione cos’è l’apparenza e cosa non è, cos'è quella “causa” alla radice dell’apparenza, e quindi finchè non poniamo fine alle nostre attività che sembrano produrre questa apparenza. "

(William Samuel)

giovedì 6 aprile 2017

Il problema del subconscio e la ricerca delle cause

Uno dei rischi più grandi della 'ricerca interiore' è quello di trovare una presunta 'verità' e aderirvi completamente, ciecamente. Una di queste grandi verità inoppugnabili è rappresentata dall'idea che l'unico modo di lavorare sul subconscio sia che si debba scavare alla ricerca delle cause delle malattie e dei problemi e solo a quel punto, dopo una presa di coscienza, i problemi si possano risolvere. Ho difeso anche io per anni questo paradigma che mi sembrava la soluzione ad ogni problema, pur se per certi versi faceva acqua: moltissime persone che sembravano aver trovato la 'causa' poi non risolvevano un bel niente. Moltissime altre che per anni avevano indagato nell'inconscio con i più diversi sistemi avevano trovato e risolto anch'esse ben poco. Di per contro conoscevo persone che in un mese o due di lavoro avevano risolto tutti i loro problemi. "Sembrerebbe esserci una variabile che non vedo", pensavo anni fa quando le 'terapie' sortivano un effetto molto diverso da persona a persona. La variabile si chiamava 'coscienza', come ho appreso qualche tempo fa. E rimane una delle cose più difficili da spiegare a chi sia ancora incastrato nella ricerca delle cause in qualche punto del proprio passato. Come mi spiegò una delle mie insegnanti, quando si tenta di risolvere un problema nelle nostre vite, non c'è niente da capire, non ci sono cause da processare a livello razionale, c'è solo da essere sempre più coscienti del materiale rimosso, che ha creato cariche non viste. Essere coscienti significa essere lì con l'attenzione e l'intenzione a voler sentire e penetrare questi cristalli solidi in gran parte depositati nel corpo stesso. Si deve avere la ferma risoluzione di essere presenti, intensi, e indossare questo momento di vita come fa la mano con un guanto. Questo, diceva lei, se portato a livelli alti e col tempo, può virtualmente curare ogni disturbo, malattia e scompenso perchè la coscienza ha un potete di guarigione superiore. Ma io non ci credevo e per un po' ho continuato la mia ricerca delle cause nell'inconscio... poi arrivò Hew Len (l'insegnante di Self Identity Through Ho'oponopono) che mi disse una frase che non scorderò mai: "la mente razionale può elaborare 5 bit di dati, contro i 5.000.000 che passano per il subconscio... quindi che cosa vuoi capirne?" Dopo quel giorno e quel corso, smisi totalmente di cercare le 'cause' nel 'subconscio' e iniziai a fare una cosa molto più semplice: mi misi a rilasciare tutte le emozioni e i pensieri riguardo a ciò che accadeva, e cercai di stare sempre più dentro ciò che c'era. Mi spiegò Hew Len che bastava osservare la realtà che abbiamo intorno per vedere Unihipili (subconscio) all'opera, e che un atto di consapevolezza pura (o pulizia come la chiamano loro) poteva risolvere molti più problemi di qualsiasi terapia o indagine (e detto da uno psicologo fa abbastanza impressione). E aggiunse un'altra cosa. La ricerca delle cause è proprio una delle memorie che dovresti rilasciare, è mal diretta e serve uno scopo che non è la vera guarigione. Il che mi fece trasalire. Nonostante tutto qualche barlume di dubbio lo avevo ancora ma iniziai a ragionare in modo differente ed ecco che il mondo divenne molto interessante e i miei problemi iniziarono a dissolversi molto lentamente, pur se non ne comprendevo a fondo le cause. Perchè 'capire' non è 'essere coscienti'. Un altro salto lo feci quando iniziai a insegnare il metodo Yin: molte persone durante il lavoro in gruppo o da soli, processando un sintomo o un'emozione, accedevano spontaneamente al ricordo (se c'era) che aveva dato inizio alla catena di sintomi, e questo unicamente mantenendo la coscienza sul 'qualcosa che faceva male' senza nessun intervento della mente, senza nessuna comprensione 'razionale'. Il contenuto inconscio emergeva da sé (se necessario) quando facevano una cosa molto semplice: diventavano acutamente consapevoli (cioè presenti). Successivamente anche Marina Borruso spiegava che la ricerca delle cause 'passate' è uno dei modi che l'ego ha di spostare sempre in un altro punto dello spazio e del tempo il lavoro (e quindi di non fartelo fare). E' un modo di dare sempre la colpa a qualcun altro. E disse un'altra frase che fu decisiva per me: "nel presente le cause passate e gli effetti futuri coincidono, ed è solo qui, nel presente che puoi fare un vero cambiamento. E' qui che hai potere".  Le prove decisive le ho avute con Zhineng Qigong ovviamente. Laddove in una settimana di lavoro quattro differenti persone mi hanno riportato che durante la pratica giornaliera (del primo livello) ciò che era in fondo, non visto, cominciava ad emergere sotto forma di emozioni forti, stati alterati, vecchi dolori che si risvegliano, ricordi. A me succedeva dal primo giorno di pratica, ma ero convinto che fosse un mio problema, invece le testimonianze che arrivano vanno tutte nella stessa direzione. Il che non invalida certo il lavoro sulle cause 'karmiche', sulle regressioni a vite passate o altri metodi simili che possono essere utili e per qualcuno anche decisivi.  Tutto sommato però dopo 22 anni di attività mi sembra di aver notato quanto un lavoro integrale su tutta la coscienza (conscio, inconscio, livelli superiori e tutte le forze che questi veicolano) non abbia a che fare con il capire, quanto con l'essere intensamente presenti, e non possa limitarsi a una botta e via, una seduta a settimana o un seminario ogni tanto. Il Zhineng Qigong, il Metodo Yin, la presenza, sono pratiche per allargare la coscienza e scuse per fare qualcosa che dovrebbe essere fatto di continuo. La 'pratica' di consapevolezza è un fuoco che dovrebbe bruciare 24 ore su 24, un'attenzione che dovrebbe essere vigile e viva mentre si mangia, mentre si dorme, mentre si fa qualunque altra cosa. Le pratiche sono solo un alimentare questo fuoco con un po' di legna e un ricordarsi la prospettiva.  

Segue una testimonianza molto interessante di Ming Tong Gu che racconta come la pratica del Zhineng Qigong lo abbia portato a guarire malattie croniche e, nel caso dell'asma, a rievocare il trauma originario alla base del suo problema (il video è in inglese).


mercoledì 29 marzo 2017

Le cause 'esterne'


Crediamo a tutto, tranne che al nostro potere. Crediamo al fatto che qualsiasi cosa possa condizionarci, pianeti, influssi astrali, il cambio di stagione, l'ora legale, le energie 'negative', le 'entità'. Poco o nulla ci viene detto sul fatto che forse, e sottolineo forse, queste cause esterne possano agire in noi soltanto perché hanno trovato una 'debolezza' nella nostra coscienza. Ultimamente ho avuto uno scambio di vedute con un praticante dello yoga integrale di Sri Aurobindo e, sorprendendomi di quanto la teoria e la pratica dei metodi fossero vicine a quanto descritto nel Piccolo libro della centratura e praticato con il metodo Yin, ho azzardato
una domanda: "Secondo te l'esterno ci influenza davvero? È a causa di un problema nell'inconscio che avviene questa influenza?" La lunghissima discussione che ne è seguita ci ha portato a poche semplici conclusioni. Tutto ciò che non è gradualmente reso consapevole e che striscia non visto nelle regioni del subcosciente può virtualmente dare forma a zone di minore resistenza nel nostro campo di attenzione (la coscienza appunto) nel quale certe forze possono dunque infilarsi e agire indisturbate. Ma, diceva il mio amico, noi possiamo rifiutare la nostra adesione a queste forze, proprio nel momento in cui osserviamo il loro tentativo di agire su di noi. Possiamo smettere di credere che siano inevitabili. Possiamo usare la volontà, la purezza dell'intento e l'aspirazione costante come puntello per sganciarci da queste energie (e da qualsiasi altra 'sostanza psichica') e decidere di negare attivamente la loro influenza. All'inizio potrebbe stentare a funzionare e forse ci sentiremo ancora per un po’ come immersi in un groviglio di sensazioni e stati fisici che ci spostano di qua e di là, quasi come fossimo una boa in un mare in tempesta. Ma continuando a negare la nostra adesione la coscienza imparerà a sganciarsi gradualmente dall'azione di queste forze e inizieremo a vedere con i nostri occhi interiori dov'è quel buco nel subcosciente che permette alle forze 'esterne' di influenzarci. Quel vedere sarà l'inizio del nostro renderci progressivamente indipendenti da tutte quelle forze che fino a poco prima ritenevamo assolutamente inevitabili e vedremo come molto probabilmente tutto quello che ci influenza lo fa con il nostro - anche se inconsapevole - consenso.




 

giovedì 16 marzo 2017

Stampelle spirituali

Spesso usiamo la 'spiritualità' come una stampella a cui appoggiarci. Ci aggrappiamo con le unghie e con i denti a definizioni e concetti come Dio, karma, reincarnazione, spirito e anima, ma in realtà di questi concetti non abbiamo alcuna diretta esperienza. Sono al 90% le favole in cui crediamo. Sono i concetti che abbiamo ereditato dalla tradizione, dai testi, dai nostri guru, da chi ci ha preceduto. Questa era la loro interpretazione della realtà, questo era il loro livello di comprensione. Il nostro livello di comprensione potrebbe non avvicinarsi al loro e allora, piuttosto che tentare di sperimentare dei fenomeni, decidiamo di parlane e di trasformarli nei nostri baluardi. Ho visto centinaia di persone perdersi e stagnare dentro queste definizioni, prendendole per buone e limitando la propria vita perché il 'guru' aveva detto questo o quello. Io stesso per anni mi sono nutrito di questi concetti per il semplice fatto di appartenere a una scuola di pensiero o all'altra. Prima o poi però dobbiamo deciderci a lasciare queste stampelle e camminare con le nostre gambe, o non sperimenteremo mai l'intensità e non avremo mai un’esperienza genuina. Lasciare andare questi 'concetti' può essere difficile e molto doloroso ma non sarà mai tanto doloroso quanto il continuare a nascondere il proprio essere dietro di essi, mettendoli in bella mostra per far vedere al mondo quanto siamo spiritualmente evoluti. La conoscenza spirituale non è che un mero accumulo di informazioni, di favole da raccontare. È nella realtà che si vede poi dove siamo realmente. Nella capacità di essere pace con tutto. Nell'equanimità. Nell'armonia e nell'equilibrio che portiamo a noi stessi e agli altri intorno a noi. Nella bellezza e nell'ispirazione delle nostre azioni nel mondo. È nella capacità di rinunciare al conflitto, alla violenza, alla rabbia, all'egoismo, nei desideri, nelle parole, nelle azioni e nei commenti su facebook che vediamo dove siamo a livello evolutivo (ammesso che poi esista ‘sto livello evolutivo). Ma noi preferiamo le storie, di certo io le ho preferite per moltissimi anni. Le storie che la spiritualità ci ha raccontato possono essere state un bell'intrattenersi quando eravamo in relax, con gli amici o in quegli attimi di confusione nei quali la vita sembrava sfuggirci di mano. Ma l'essere che siamo non sa davvero che farsene di tutto quel parlare di karma e reincarnazione, di presunti inconsci e mirabili corpi sottili, quando si tratta di metterci di fronte ad una verità. L'essere è 100% pragmatico, mai teorico e tutto ciò che possiamo dirne è e sarà sempre un'approssimazione molto grossolana. "I only know what I can do" diceva Lester Levenson quando parlava ai suoi studenti, per spiegare che parlare di ciò che non si conosce è unicamente uno sfoggio dell'ego. La domanda che ho iniziato a farmi ad un certo punto è stata "che ne sarebbe della mia ricerca se mettessi da parte tutto quello che so o credo di sapere e tenessi solo quello che ho visto e sperimentato direttamente? A quante di queste storie potrei ancora credere ciecamente?". E ancora: "cosa posso davvero sperimentare direttamente? Come?". Da queste domande nasce una ricerca onesta e integrale. Partendo da queste domande possiamo smetterla di raccontarci storie e cominciare a ricercare esperienze dirette e sperimentare intensità. Forse gettando queste stampelle potremo iniziare a camminare con le nostre gambe.

martedì 7 marzo 2017

Hunyuan ling tong, l'equanimità e le critiche


È sempre così. Quando cominci a fare qualcosa che rompe le scatole all'ego prima o poi l'ego si vendicherà recapitandoti uno o più critici in carne ed ossa. Nella fattispecie, da quando ho iniziato a ritenere opportuno parlare di equanimità, sono sorte le più grandi incomprensioni con numerose persone che da anni seguivano il mio lavoro. La critica più o meno velata che arriva sempre recita circa così: "Ma non lo vedi che l'equanimità è impossibile nel mondo moderno? Che i messaggi di quei vecchi fossili andavano bene per quella cultura ma non per la nostra? Noi abbiamo bisogno di giudizio e azione in questo nostro tempo". Il che significa che non stiamo parlando la stessa lingua. Se ancora pensate che equanimità significhi 'non agire' siete fuori strada, completamente. E lo siete per un motivo ben preciso: l'ego si oppone e tenterà sempre di distorcere qualunque frase o affermazione possa metterlo in pericolo. Ma voi non ci credete. Credete che ad opporsi al concetto di equanimità sia un 'vostro' normale ragionamento logico, il normale buon senso. Non vi rendete conto che anche la logica è sotto il controllo dell'ego, che anche il 'buon senso' non è buono per niente. Siamo per lo più programmi automatici che reagiscono a stimoli esterni senza alcun controllo su queste reazioni, e potete vederlo in migliaia di momenti della vostra vita. Coltivare l'equanimità serve a sganciarsi da questi automatismi e a renderci indipendenti, e non, come molti erroneamente credono, a cancellare la personalità. Non si cancella niente diventando equanimi, lo si rende solo più vasto. La miglior 'tecnica' che conosco è quella suggerita da Gao Weiming durante un seminario a Roma tempo fa, nel quale ci spiegò la teoria chiamata Hunyuan Ling Tong. Senza scendere nel dettaglio del senso delle parole, la frase indica l'atteggiamento che i praticanti di Qigong dovrebbero mantenere di fronte a tutti gli eventi della vita, belli e brutti. Significa allenarsi a pensare che tutto va per il meglio anche quando non sembra farlo o sembra andare in direzioni opposte al meglio, e farlo di continuo fino al punto in cui il nostro primo pensiero (il famoso pensiero primario) diventi Hunyuan Ling Tong invece che uno dei soliti giudizi sulla realtà. Ogni volta che accade qualcosa che genera forti emozioni positive o negative al praticante viene chiesto di ripetere silenziosamente nella sua mente Hunyuan Ling Tong per molte volte fino a che la mente e le emozioni non si siano calmate e non si sia tornati in uno stato di centratura. L'equanimità è questo, iniziare a ritirare i giudizi su ciò che sembra positivo e ciò che sembra negativo e vivere qualsiasi cosa si presenti alla coscienza con la stessa intensità. L'ultima volta che ho espresso questo concetto in un incontro qualcuno si è alzato e ha detto ad alta voce che senza le emozioni non vale però la pena di vivere. Beh, questo è senz'altro un modo di vedere la cosa, e fintanto che abbiamo la convinzione che le emozioni forti siano l'unico motivo per vivere, dovremmo lasciar perdere ogni tipo di lavoro su noi stessi e continuare a ricercare le emozioni forti finché questa esperienza non abbia mostrato la sua vacuità e non ci abbia dato tutto ciò che doveva darci. Se invece siete fra quelli che hanno già intravisto la trappola delle emozioni riconoscendole come quel qualcosa che vincola alla cultura del dramma e sottrae energia, capirete anche perché giorni fa, un altro maestro di Qigong (Tao Qingyiu) etichettava le emozioni come un 'difetto della coscienza', intendendo con questo dire che ogni volta che abbiamo un eccesso emotivo e andiamo fuori controllo è come avere un buco in un palloncino dal quale la nostra energia (qi) comincia a fuoriuscire. La coltivazione dell'equanimità serve a rimediare a questo oltre che al perseguimento di molti altri scopi ben più importanti di questo. Dall'equanimità tutte le emozioni saranno comunque accolte e vissute ma senza attaccamento e senza storie mentali, di modo che possiamo sperimentarne l'intensità senza esserne devastati. Dall'equanimità possiamo agire in maniera molto più decisa, diretta, efficace e ispirata, e anche laddove ci sarà richiesto di combattere, combatteremo, ma da un punto di quiete che resterà saldo per tutto il tempo. E a chi ancora crede che essere equanime significhi rinunciare alle sfide dell'esistenza posso solo consigliare di osservare chi è (o cos'è) che sta facendo questa osservazione e cosa ha paura di perdere rinunciando ai suoi giudizi su giusto o sbagliato. 

Equanimità significa non lasciarsi turbare qualunque cosa accada, conservare una mente immobile e ferma che osservi il gioco delle forze senza perdere la sua tranquillità. 
(Sri Aurobindo)